Il
viaggio
Dovevo trovarmi lì, per una promessa
fatta da tempo; accompagnare mia figlia che voleva conoscere la grande città.
Non solo grande. Parlo di Milano.
Andata e ritorno con l’intercity;
soggiorno in albergo tra le offerte migliori e più convenienti sul web.
“Camera
223, prego!”.
Gentilezza e cortesia senza alcun
dubbio.
La differenza.
Un amplificatore sembrava ingigantire la
prospettiva; rumori, strade, auto, semafori, case…e persone.
Le informazioni richieste prontamente
esaudite, con precisione quasi minimalista. Chissà perché, ma ad un tratto mi è
venuto in mente l’anziano signore che una volta a Napoli, per indicarmi una
via, gesticolò simpaticamente ed allargò così tanto le braccia da condurmi figurativamente.
“Deve
prendere la linea gialla!”, invece… “Cosa sarà mai! Una circolare, un tram?”,
penso tra me, ma per una sorta di vergognosa reticenza, esito dal chiedere
ancora.
È solo un’informazione, un dettaglio che
forse non è stato aggiunto perché è assodato che sapessi…
Invece proprio lui, il cameriere di un
bar vicino, con un fisico tornito ed un sorriso che mi convince “È una linea della metropolitana”.
Sì, ha capito. Siamo vissuti accecati e
forse troppo scaldati dallo stesso sole del Sud.
Eccola che arriva. Un suono epico, da
Apocalisse. Velocissima, istantanea. Viaggio di sola andata per l’Inferno,
sembrano declamare i sibili delle rotaie. Ci sono dentro ormai. Suoni lunghi e
strozzati come voci dall’Ade. Figure ceree, eteree, soffuse. Corpi senza volti
che si accalcano e dissolvono in istanti a tratti interminabili.
Lo sguardo si fissa su particolari. Il
viso di una donna pensierosa, il giovane con la valigia. I suoni sferzano ritmi
ormai cadenzati. No. Ecco che se ne ode uno ad infrangere il tutto. Il tocco
sordo a terra di un bastone. È lui, un mendicante, cereo, ma non etereo o beffardo come il mendico Iro. Si distingue nettamente con la sua mano nera che richiama quel
vortice in cui entra ed esce la metro. Finalmente fuori. Aria. Palazzi e un po’
di verde, meno male. Le visioni mi appaiono filtrate, come attraverso lenti
opache e la stessa realtà si opacizza. Osservo vetrine, muri e cornicioni
simili a schizzi geometrici. Una fila cadenzata di individui che corrono in una
direzione. Silenzio. Semaforo rosso. Auto e pedoni si incrociano come rette e
semirette, scambiandosi i ruoli. Tutto di fretta, tutto in fretta. Non ho fatto
in tempo. Non sono riuscita a cogliere quell’attimo più vivido, che esplicasse ”un
senso”.
Sguardi su un orologio, su un cellulare,
occhiate fugaci. Ma lui non c’è, non lo percepisco ancora, eppure c’è, ne sono
sicura. È in ognuno di loro, solo che la vita che sembra sfuggire, lo cela, lo
filtra.
Poi il sole timidamente spunta all’orizzonte.
Ed appare ciò che non vedevo. In strada, eccoli, due giovani si stanno
abbracciando; al bar, la cassiera sorride al cliente. La voglia di comunicare,
la voglia di parlare di più, come un morbo si diffonde tra alcuni ed il sole
inizia a scaldarmi, ma non sopisce il mio essere. Non riesco bene ad
incanalarmi. Forse occorre il tempo, soprattutto la voglia.
Il mio sguardo infine è stanco, ho le
orecchie sature, quasi tappate. Ritorno in albergo a dormire. Chiudo gli occhi
e risento quei rumori. Le immagini scorrono veloci, come cortometraggi in
bianco e nero.
Un particolare infine diventa roseo,
quasi rosso e si distingue nettamente. È la mano di quel mendicante. Sì, è lì
racchiuso quel senso, l’humanitas.
Elly
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