martedì 21 giugno 2016

Reportage da Bruxelles

Sopra e sotto i cieli di Bruxelles

Quella mattina faceva più freddo del solito. Ero in partenza con mia figlia Valeria per  un brevissimo viaggio. Mi pregò quasi di portarla con lei e cedetti. Si trattava di una visita al Parlamento Europeo. Saremmo partite solo io e lei da Bari con un apposito volo e saremmo atterrate all’aeroporto di Charles-Roi. Questa cosa mi metteva in subbuglio a distanza di pochi giorni dall’ultimo attentato. Mi sentivo doppiamente responsabile perché se fosse accaduto qualcosa non me lo sarei mai perdonata. Ma cercavo di non pensarci.
Hai freddo?”, chiesi a mia figlia arrivate all’aeroporto di Bari. “Un po’, ma non preoccuparti”, mi rispose con un sorriso. Erano quasi le 9 e stavamo al check-in bagagli. Fortunatamente abbiamo avuto il piacere di conoscere una coppia di madre e figlio, bravissime persone e che ci hanno prestato supporto.
I controlli sembravano accurati. I miei orecchini voluminosi fecero suonare l’allarme. L’addetto alla sicurezza li prese in mano e li alzò quasi a dire “Sono questi!”. Gli mostrai un grosso sorriso ed anche lui non si trattenne, nonostante l’aria tesa e l’etichetta glielo impedissero. Alla fine del nastro che trasportava le valigie c’erano altri due addetti, un uomo e una donna. “Ma siete identiche! Di quale nazionalità?”. “Italianissime!” risposi con orgoglio ed approfittai per porre loro qualche domanda.
Il nostro non è un lavoro facile”, mi risposero con sguardo serioso. “Siamo in continua tensione. Se succede qualcosa siamo i primi a poter essere accusati per non aver eseguito bene i controlli! Purtroppo non è un bel momento”.
Già”, pensai ed intanto i miei occhi si concentravano sulle persone che incontravo, soprattutto sulle loro pance. Forse volevo capire se qualcuno fosse armato o con dell’esplosivo. Rasentai la ridicolaggine dei pensieri. Mi stancai. Finalmente salimmo sull’aereo. Non ebbi più tempo di pensare. L’aereo prontamente decollò. Forse ero troppo agitata, ma ci fu un attimo in cui mi sentii quasi svenire. Era il momento in cui prese quota. Fu come un trapasso. La luce dopo l’oblìo. Guardai l’hostess e le feci presente che non mi ero sentita bene in quell’istante e che quello schiacciamento mi preoccupava. Mi rispose che l’avevano avvertito tutti e che era normale. Così, stretti forse proprio come topi in gabbia, i suoi occhi con eloquenza esplicita, sembravano ricordarmi la convenienza di quel volo e mi azzittirono.
Iniziai a guardare fuori. Non era il primo volo. Ne avevo già fatto un altro, Napoli Venezia, ma tanti anni prima e su un aereo di linea più grande.
Ritornai al passato. La luce del sole sembrava schiarire i ricordi. Mi tornarono in mente i voli fatti appena maggiorenne con un ragazzo che aveva perso la testa per gli aerei e preso il brevetto. Allora ero una specie di mascotte per i piloti più grandi.
Vuoi guidare tu? Prendi la cloche!”, mi diceva quando volavamo. Ma io avevo quasi sempre terrore. A volte scoprivo l’esistenza di santi mai conosciuti, talmente ne nominavo nella mente…ormai erano finiti tutti insieme alle Madonne. Mi venne da sorridere. “Mamma, perché ridi?”, fece ad un tratto mia figlia. “No, pensavo a tuo padre e a quante me ne ha fatte passare con i suoi sport estremi e continua ancora!”.
Ormai ogni sobbalzo o movimento dell’aereo mi sembravano normali, ma molto ridimensionati rispetto a quelli provati sugli ultraleggeri. E ricordai ancora. Un fumo bianco avvolse l’aereo. Eravamo tra le nuvole. Ad un tratto mi sembrò di scorgere nel cielo il volto sorridente di un amico pilota che un giorno mi fece volare sul suo deltaplano.
Se non la smetti di pizzicarmi, volo ancora più in basso! Tanto non mi fai niente!”, urlava ridendo, mentre gli massacravo le braccia. Volavamo sul mare, ma rasentava quasi le onde ed io non sapendo nuotare, ero atterrita! Era più grande di me e mi considerava una sorellina minore a quei tempi. Quando mi vedeva era solito tirarmi pizzicotti sulle guance come si fa ai bambini e glieli ricambiai tutti durante quel giro. Ma venne un giorno in cui fece il suo ultimo volo sul mare…che l’accolse. Non dimenticherò mai il suo essere. Era generoso, serio e amabile. Un lottatore coraggioso. Mi sembrava di vederlo spuntare tra le nuvole e dire: “Ma guarda! Hai ancora paura? Tieni il braccio, pizzicami dai, tranquilla, tra poco l’aereo atterrerà. Andrà tutto bene”, e il pensiero sfumò…
Atterrammo a Charles-Roi. Pure qui iniziai ad osservare assiduamente le persone che incrociavo. Notai però che anch’esse guardavano attentamente me. E capii. Era un timore generalizzato. Mal comune mezzo gaudio. Cercai di non pensarci più. Salimmo su un autobus che impiegò quasi un’ora per condurci in albergo. Osservavo il paesaggio. Era diverso, ma non eccessivamente. Strade ed alberi più o meno come nelle grandi città. Arrivate a Bruxelles, la mia attenzione si volse verso le costruzioni. Palazzi alti  e dove leit-motiv un mattone rettangolare, principalmente nelle tonalità del marrone. Mi vennero in mente tante tavolette di cioccolato. “Forse per questo qui è famoso il cioccolato! Anche le case sembrano enormi tavolette da spezzettare!”. “Ti piacerebbe!”, gridò con sarcasmo il mio inconscio. Non feci in tempo a finire di pensarlo, quando il mio sguardo venne completamente rapito da una visione. Tra due enormi palazzi, dietro delle tendine bianchissime, spuntò una bimba color cioccolato fondente. Aveva i capelli tiratissimi in due mini ciocche in alto con due nastri rosa. Si affacciò per guardare la strada con fare curioso. Credo che questa scena di impatto a Bruxelles, non la dimenticherò mai più.
Arrivammo nell’albergo. Era domenica, nelle strade pochissima gente. Ebbi ancora una certa paura. All’hotel, elegante e con uno stile che non saprei definire, rammentando alcuni alberghi italiani, ci accolsero con gentilezza. Ci diedero degli ombrelli come se fosse qualcosa di consueto ed anche questo mi fu chiaro. Facemmo delle piccole uscite. Piovve continuamente. Nemmeno la pioggia di Bruxelles saprei definirla, conoscendo quella italiana. Dopo temporali o piogge più o meno leggere, il sole prima o poi esce in tutto il suo splendore, sia d’estate che d’inverno. Mi ritrovai lì invece, con una pioggerellina quasi costante, a tratti amorfa e quando smetteva di piovere non sortiva differenza alcuna, i colori erano immutabili. Solo per un attimo quasi vidi uno scorcio di sole, ma durante la permanenza si è trattato di un frammento temporale durato quanto lo scatto di una foto.
Arrivammo al Parlamento Europeo dove fummo accolti con entusiasmo da chi gestiva le visite guidate. Restammo all’interno per visitarlo e per raccogliere informazioni. Lo stile dell’intera struttura era molto sobrio. Sembrava quasi trasparire l’elemento decisionale a cui è finalizzato, senza bisogno di fronzoli o abbellimenti di accessori inutili o inadatti.
Finita la visita continuammo a camminare sotto la pioggia alla ricerca delle particolarità di Bruxelles. Arrivò la mattina e prestissimo ripartimmo per Bari.
Sei indonesiana?”, mi chiese Samia, una tunisina che si sedette al mio fianco. Aveva i capelli nerissimi, gli occhi verdi e una bella parlantina. Il tempo trascorse velocissimo. “Strano, avrei giurato che fossi anche tu straniera!”, puntualizzò.
Sono quasi cinque anni che lavoro a Bruxelles facendo quello che mi capita, dalle pulizie ai servizi per gli anziani. Sto andando a Bari da alcuni amici per ritemprarmi”.
“Perché?”, le feci incuriosita. “Perché come credo hai potuto constatare anche tu, ultimamente l’atmosfera è tesa. Regna un clima di timore per possibili attentati”, mi rispose prontamente. Infatti, tanti militari erano disseminati con i mitra spiegati. Se da un lato potevano infondere sicurezza, dall’altro richiamavano il pensiero di eventuali episodi a cui non voglio pensare.
“Come mai a a Bruxelles?”.
Vengo dalla Tunisia da una situazione tristissima e di vera indigenza. Sono grata al luogo in cui mi trovo per le possibilità lavorative, anche se ultimamente iniziano a scarseggiare pure qui come in Italia. A volte  mi sento guardata con aria di sospetto perché straniera e questo mi riempie di molta amarezza. Ho bisogno allora, di passare almeno tre giorni in Italia, staccando la spina”.
“Perché l’Italia cosa ti offre?”.
Il sole, il calore, il sorriso” e guardandomi con occhi colmi di gioia “Non voglio neanche dormire e nemmeno mangiare. In questi giorni di permanenza a Bari, non farò altro che camminare e respirare a pieni polmoni. Ho bisogno di ricaricarmi di energia positiva”. E finalmente atterriamo. La saluto, scendo, guardo le persone, guardo il cielo, guardo il mare e mi ricarico anch’io, pensando che sono in Italia e posso permettermi di ritemprarmi tutti i giorni.
Ma non posso non permettermi di provare che grande rispetto per gli abitanti e vicinanza alla città che mi ha ospitato, Bruxelles.
                                                                                                        Elly



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