Sopra e sotto i cieli di Bruxelles
Quella mattina faceva più freddo del
solito. Ero in partenza con mia figlia Valeria per un brevissimo viaggio. Mi pregò quasi di
portarla con lei e cedetti. Si trattava di una visita al Parlamento Europeo.
Saremmo partite solo io e lei da Bari con un apposito volo e saremmo atterrate
all’aeroporto di Charles-Roi. Questa cosa mi metteva in subbuglio a distanza di
pochi giorni dall’ultimo attentato. Mi sentivo doppiamente responsabile perché
se fosse accaduto qualcosa non me lo sarei mai perdonata. Ma cercavo di non
pensarci.
“Hai
freddo?”, chiesi a mia figlia arrivate all’aeroporto di Bari. “Un po’, ma non preoccuparti”, mi rispose
con un sorriso. Erano quasi le 9 e stavamo al check-in bagagli. Fortunatamente
abbiamo avuto il piacere di conoscere una coppia di madre e figlio, bravissime
persone e che ci hanno prestato supporto.
I controlli sembravano accurati. I miei
orecchini voluminosi fecero suonare l’allarme. L’addetto alla sicurezza li
prese in mano e li alzò quasi a dire “Sono
questi!”. Gli mostrai un grosso sorriso ed anche lui non si trattenne,
nonostante l’aria tesa e l’etichetta glielo impedissero. Alla fine del nastro
che trasportava le valigie c’erano altri due addetti, un uomo e una donna. “Ma siete identiche! Di quale nazionalità?”.
“Italianissime!” risposi con orgoglio
ed approfittai per porre loro qualche domanda.
“Il
nostro non è un lavoro facile”, mi risposero con sguardo serioso. “Siamo in continua tensione. Se succede
qualcosa siamo i primi a poter essere accusati per non aver eseguito bene i
controlli! Purtroppo non è un bel momento”.
“Già”,
pensai ed intanto i miei occhi si concentravano sulle persone che incontravo,
soprattutto sulle loro pance. Forse volevo capire se qualcuno fosse armato o
con dell’esplosivo. Rasentai la ridicolaggine dei pensieri. Mi stancai.
Finalmente salimmo sull’aereo. Non ebbi più tempo di pensare. L’aereo
prontamente decollò. Forse ero troppo agitata, ma ci fu un attimo in cui mi
sentii quasi svenire. Era il momento in cui prese quota. Fu come un trapasso.
La luce dopo l’oblìo. Guardai l’hostess e le feci presente che non mi ero
sentita bene in quell’istante e che quello schiacciamento mi preoccupava. Mi
rispose che l’avevano avvertito tutti e che era normale. Così, stretti forse proprio
come topi in gabbia, i suoi occhi con eloquenza esplicita, sembravano
ricordarmi la convenienza di quel volo e mi azzittirono.
Iniziai a guardare fuori. Non era il
primo volo. Ne avevo già fatto un altro, Napoli Venezia, ma tanti anni prima e
su un aereo di linea più grande.
Ritornai al passato. La luce del sole
sembrava schiarire i ricordi. Mi tornarono in mente i voli fatti appena
maggiorenne con un ragazzo che aveva perso la testa per gli aerei e preso il
brevetto. Allora ero una specie di mascotte per i piloti più grandi.
“Vuoi
guidare tu? Prendi la cloche!”, mi diceva quando volavamo. Ma io avevo quasi
sempre terrore. A volte scoprivo l’esistenza di santi mai conosciuti, talmente
ne nominavo nella mente…ormai erano finiti tutti insieme alle Madonne. Mi venne
da sorridere. “Mamma, perché ridi?”,
fece ad un tratto mia figlia. “No,
pensavo a tuo padre e a quante me ne ha fatte passare con i suoi sport estremi
e continua ancora!”.
Ormai ogni sobbalzo o movimento dell’aereo
mi sembravano normali, ma molto ridimensionati rispetto a quelli provati sugli
ultraleggeri. E ricordai ancora. Un fumo bianco avvolse l’aereo. Eravamo tra le
nuvole. Ad un tratto mi sembrò di scorgere nel cielo il volto sorridente di un
amico pilota che un giorno mi fece volare sul suo deltaplano.
“Se
non la smetti di pizzicarmi, volo ancora più in basso! Tanto non mi fai niente!”,
urlava ridendo, mentre gli massacravo le braccia. Volavamo sul mare, ma
rasentava quasi le onde ed io non sapendo nuotare, ero atterrita! Era più
grande di me e mi considerava una sorellina minore a quei tempi. Quando mi
vedeva era solito tirarmi pizzicotti sulle guance come si fa ai bambini e
glieli ricambiai tutti durante quel giro. Ma venne un giorno in cui fece il suo
ultimo volo sul mare…che l’accolse. Non dimenticherò mai il suo essere. Era
generoso, serio e amabile. Un lottatore coraggioso. Mi sembrava di vederlo
spuntare tra le nuvole e dire: “Ma
guarda! Hai ancora paura? Tieni il
braccio, pizzicami dai, tranquilla, tra poco l’aereo atterrerà. Andrà tutto
bene”, e il pensiero sfumò…
Atterrammo a Charles-Roi. Pure qui
iniziai ad osservare assiduamente le persone che incrociavo. Notai però che
anch’esse guardavano attentamente me. E capii. Era un timore generalizzato. Mal
comune mezzo gaudio. Cercai di non pensarci più. Salimmo su un autobus che
impiegò quasi un’ora per condurci in albergo. Osservavo il paesaggio. Era
diverso, ma non eccessivamente. Strade ed alberi più o meno come nelle grandi città.
Arrivate a Bruxelles, la mia attenzione si volse verso le costruzioni. Palazzi
alti e dove leit-motiv un mattone rettangolare, principalmente nelle tonalità
del marrone. Mi vennero in mente tante tavolette di cioccolato. “Forse per questo qui è famoso il cioccolato!
Anche le case sembrano enormi tavolette da spezzettare!”. “Ti piacerebbe!”, gridò con sarcasmo il
mio inconscio. Non feci in tempo a finire di pensarlo, quando il mio sguardo
venne completamente rapito da una visione. Tra due enormi palazzi, dietro delle
tendine bianchissime, spuntò una bimba color cioccolato fondente. Aveva i
capelli tiratissimi in due mini ciocche in alto con due nastri rosa. Si
affacciò per guardare la strada con fare curioso. Credo che questa scena di
impatto a Bruxelles, non la dimenticherò mai più.
Arrivammo nell’albergo. Era domenica,
nelle strade pochissima gente. Ebbi ancora una certa paura. All’hotel, elegante
e con uno stile che non saprei definire, rammentando alcuni alberghi italiani, ci
accolsero con gentilezza. Ci diedero degli ombrelli come se fosse qualcosa
di consueto ed anche questo mi fu chiaro. Facemmo delle piccole uscite. Piovve
continuamente. Nemmeno la pioggia di Bruxelles saprei definirla, conoscendo
quella italiana. Dopo temporali o piogge più o meno leggere, il sole prima o
poi esce in tutto il suo splendore, sia d’estate che d’inverno. Mi ritrovai lì
invece, con una pioggerellina quasi costante, a tratti amorfa e quando smetteva
di piovere non sortiva differenza alcuna, i colori erano immutabili. Solo per
un attimo quasi vidi uno scorcio di sole, ma durante la permanenza si è trattato
di un frammento temporale durato quanto lo scatto di una foto.
Arrivammo al Parlamento Europeo dove
fummo accolti con entusiasmo da chi gestiva le visite guidate. Restammo all’interno
per visitarlo e per raccogliere informazioni. Lo stile dell’intera struttura era
molto sobrio. Sembrava quasi trasparire l’elemento decisionale a cui è
finalizzato, senza bisogno di fronzoli o abbellimenti di accessori inutili o
inadatti.
Finita la visita continuammo a camminare
sotto la pioggia alla ricerca delle particolarità di Bruxelles. Arrivò la
mattina e prestissimo ripartimmo per Bari.
“Sei
indonesiana?”, mi chiese Samia, una tunisina che si sedette al mio fianco. Aveva
i capelli nerissimi, gli occhi verdi e una bella parlantina. Il tempo
trascorse velocissimo. “Strano, avrei
giurato che fossi anche tu straniera!”, puntualizzò.
“Sono
quasi cinque anni che lavoro a Bruxelles facendo quello che mi capita, dalle
pulizie ai servizi per gli anziani. Sto andando a Bari da alcuni amici per
ritemprarmi”.
“Perché?”, le feci incuriosita. “Perché come credo hai potuto constatare anche tu, ultimamente l’atmosfera è tesa. Regna un clima di timore per possibili attentati”, mi rispose prontamente. Infatti, tanti militari erano disseminati con i mitra spiegati. Se da un lato potevano infondere sicurezza, dall’altro richiamavano il pensiero di eventuali episodi a cui non voglio pensare.
“Perché?”, le feci incuriosita. “Perché come credo hai potuto constatare anche tu, ultimamente l’atmosfera è tesa. Regna un clima di timore per possibili attentati”, mi rispose prontamente. Infatti, tanti militari erano disseminati con i mitra spiegati. Se da un lato potevano infondere sicurezza, dall’altro richiamavano il pensiero di eventuali episodi a cui non voglio pensare.
“Come mai a a Bruxelles?”.
“Vengo
dalla Tunisia da una situazione tristissima e di vera indigenza. Sono grata al
luogo in cui mi trovo per le possibilità lavorative, anche se ultimamente
iniziano a scarseggiare pure qui come in Italia. A volte mi sento guardata con aria di sospetto perché
straniera e questo mi riempie di molta amarezza. Ho bisogno allora, di passare
almeno tre giorni in Italia, staccando la spina”.
“Perché l’Italia cosa ti offre?”.
“Il
sole, il calore, il sorriso” e guardandomi con occhi colmi di gioia “Non voglio neanche dormire e nemmeno
mangiare. In questi giorni di permanenza a Bari, non farò altro che camminare e
respirare a pieni polmoni. Ho bisogno di ricaricarmi di energia positiva”.
E finalmente atterriamo. La saluto, scendo, guardo le persone, guardo il cielo,
guardo il mare e mi ricarico anch’io, pensando che sono in Italia
e posso permettermi di ritemprarmi tutti i giorni.
Ma non posso non permettermi di provare che grande rispetto per gli abitanti e vicinanza alla città che mi ha ospitato, Bruxelles.
Ma non posso non permettermi di provare che grande rispetto per gli abitanti e vicinanza alla città che mi ha ospitato, Bruxelles.
Elly
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