martedì 21 giugno 2016

Reportage da Bruxelles

Sopra e sotto i cieli di Bruxelles

Quella mattina faceva più freddo del solito. Ero in partenza con mia figlia Valeria per  un brevissimo viaggio. Mi pregò quasi di portarla con lei e cedetti. Si trattava di una visita al Parlamento Europeo. Saremmo partite solo io e lei da Bari con un apposito volo e saremmo atterrate all’aeroporto di Charles-Roi. Questa cosa mi metteva in subbuglio a distanza di pochi giorni dall’ultimo attentato. Mi sentivo doppiamente responsabile perché se fosse accaduto qualcosa non me lo sarei mai perdonata. Ma cercavo di non pensarci.
Hai freddo?”, chiesi a mia figlia arrivate all’aeroporto di Bari. “Un po’, ma non preoccuparti”, mi rispose con un sorriso. Erano quasi le 9 e stavamo al check-in bagagli. Fortunatamente abbiamo avuto il piacere di conoscere una coppia di madre e figlio, bravissime persone e che ci hanno prestato supporto.
I controlli sembravano accurati. I miei orecchini voluminosi fecero suonare l’allarme. L’addetto alla sicurezza li prese in mano e li alzò quasi a dire “Sono questi!”. Gli mostrai un grosso sorriso ed anche lui non si trattenne, nonostante l’aria tesa e l’etichetta glielo impedissero. Alla fine del nastro che trasportava le valigie c’erano altri due addetti, un uomo e una donna. “Ma siete identiche! Di quale nazionalità?”. “Italianissime!” risposi con orgoglio ed approfittai per porre loro qualche domanda.
Il nostro non è un lavoro facile”, mi risposero con sguardo serioso. “Siamo in continua tensione. Se succede qualcosa siamo i primi a poter essere accusati per non aver eseguito bene i controlli! Purtroppo non è un bel momento”.
Già”, pensai ed intanto i miei occhi si concentravano sulle persone che incontravo, soprattutto sulle loro pance. Forse volevo capire se qualcuno fosse armato o con dell’esplosivo. Rasentai la ridicolaggine dei pensieri. Mi stancai. Finalmente salimmo sull’aereo. Non ebbi più tempo di pensare. L’aereo prontamente decollò. Forse ero troppo agitata, ma ci fu un attimo in cui mi sentii quasi svenire. Era il momento in cui prese quota. Fu come un trapasso. La luce dopo l’oblìo. Guardai l’hostess e le feci presente che non mi ero sentita bene in quell’istante e che quello schiacciamento mi preoccupava. Mi rispose che l’avevano avvertito tutti e che era normale. Così, stretti forse proprio come topi in gabbia, i suoi occhi con eloquenza esplicita, sembravano ricordarmi la convenienza di quel volo e mi azzittirono.
Iniziai a guardare fuori. Non era il primo volo. Ne avevo già fatto un altro, Napoli Venezia, ma tanti anni prima e su un aereo di linea più grande.
Ritornai al passato. La luce del sole sembrava schiarire i ricordi. Mi tornarono in mente i voli fatti appena maggiorenne con un ragazzo che aveva perso la testa per gli aerei e preso il brevetto. Allora ero una specie di mascotte per i piloti più grandi.
Vuoi guidare tu? Prendi la cloche!”, mi diceva quando volavamo. Ma io avevo quasi sempre terrore. A volte scoprivo l’esistenza di santi mai conosciuti, talmente ne nominavo nella mente…ormai erano finiti tutti insieme alle Madonne. Mi venne da sorridere. “Mamma, perché ridi?”, fece ad un tratto mia figlia. “No, pensavo a tuo padre e a quante me ne ha fatte passare con i suoi sport estremi e continua ancora!”.
Ormai ogni sobbalzo o movimento dell’aereo mi sembravano normali, ma molto ridimensionati rispetto a quelli provati sugli ultraleggeri. E ricordai ancora. Un fumo bianco avvolse l’aereo. Eravamo tra le nuvole. Ad un tratto mi sembrò di scorgere nel cielo il volto sorridente di un amico pilota che un giorno mi fece volare sul suo deltaplano.
Se non la smetti di pizzicarmi, volo ancora più in basso! Tanto non mi fai niente!”, urlava ridendo, mentre gli massacravo le braccia. Volavamo sul mare, ma rasentava quasi le onde ed io non sapendo nuotare, ero atterrita! Era più grande di me e mi considerava una sorellina minore a quei tempi. Quando mi vedeva era solito tirarmi pizzicotti sulle guance come si fa ai bambini e glieli ricambiai tutti durante quel giro. Ma venne un giorno in cui fece il suo ultimo volo sul mare…che l’accolse. Non dimenticherò mai il suo essere. Era generoso, serio e amabile. Un lottatore coraggioso. Mi sembrava di vederlo spuntare tra le nuvole e dire: “Ma guarda! Hai ancora paura? Tieni il braccio, pizzicami dai, tranquilla, tra poco l’aereo atterrerà. Andrà tutto bene”, e il pensiero sfumò…
Atterrammo a Charles-Roi. Pure qui iniziai ad osservare assiduamente le persone che incrociavo. Notai però che anch’esse guardavano attentamente me. E capii. Era un timore generalizzato. Mal comune mezzo gaudio. Cercai di non pensarci più. Salimmo su un autobus che impiegò quasi un’ora per condurci in albergo. Osservavo il paesaggio. Era diverso, ma non eccessivamente. Strade ed alberi più o meno come nelle grandi città. Arrivate a Bruxelles, la mia attenzione si volse verso le costruzioni. Palazzi alti  e dove leit-motiv un mattone rettangolare, principalmente nelle tonalità del marrone. Mi vennero in mente tante tavolette di cioccolato. “Forse per questo qui è famoso il cioccolato! Anche le case sembrano enormi tavolette da spezzettare!”. “Ti piacerebbe!”, gridò con sarcasmo il mio inconscio. Non feci in tempo a finire di pensarlo, quando il mio sguardo venne completamente rapito da una visione. Tra due enormi palazzi, dietro delle tendine bianchissime, spuntò una bimba color cioccolato fondente. Aveva i capelli tiratissimi in due mini ciocche in alto con due nastri rosa. Si affacciò per guardare la strada con fare curioso. Credo che questa scena di impatto a Bruxelles, non la dimenticherò mai più.
Arrivammo nell’albergo. Era domenica, nelle strade pochissima gente. Ebbi ancora una certa paura. All’hotel, elegante e con uno stile che non saprei definire, rammentando alcuni alberghi italiani, ci accolsero con gentilezza. Ci diedero degli ombrelli come se fosse qualcosa di consueto ed anche questo mi fu chiaro. Facemmo delle piccole uscite. Piovve continuamente. Nemmeno la pioggia di Bruxelles saprei definirla, conoscendo quella italiana. Dopo temporali o piogge più o meno leggere, il sole prima o poi esce in tutto il suo splendore, sia d’estate che d’inverno. Mi ritrovai lì invece, con una pioggerellina quasi costante, a tratti amorfa e quando smetteva di piovere non sortiva differenza alcuna, i colori erano immutabili. Solo per un attimo quasi vidi uno scorcio di sole, ma durante la permanenza si è trattato di un frammento temporale durato quanto lo scatto di una foto.
Arrivammo al Parlamento Europeo dove fummo accolti con entusiasmo da chi gestiva le visite guidate. Restammo all’interno per visitarlo e per raccogliere informazioni. Lo stile dell’intera struttura era molto sobrio. Sembrava quasi trasparire l’elemento decisionale a cui è finalizzato, senza bisogno di fronzoli o abbellimenti di accessori inutili o inadatti.
Finita la visita continuammo a camminare sotto la pioggia alla ricerca delle particolarità di Bruxelles. Arrivò la mattina e prestissimo ripartimmo per Bari.
Sei indonesiana?”, mi chiese Samia, una tunisina che si sedette al mio fianco. Aveva i capelli nerissimi, gli occhi verdi e una bella parlantina. Il tempo trascorse velocissimo. “Strano, avrei giurato che fossi anche tu straniera!”, puntualizzò.
Sono quasi cinque anni che lavoro a Bruxelles facendo quello che mi capita, dalle pulizie ai servizi per gli anziani. Sto andando a Bari da alcuni amici per ritemprarmi”.
“Perché?”, le feci incuriosita. “Perché come credo hai potuto constatare anche tu, ultimamente l’atmosfera è tesa. Regna un clima di timore per possibili attentati”, mi rispose prontamente. Infatti, tanti militari erano disseminati con i mitra spiegati. Se da un lato potevano infondere sicurezza, dall’altro richiamavano il pensiero di eventuali episodi a cui non voglio pensare.
“Come mai a a Bruxelles?”.
Vengo dalla Tunisia da una situazione tristissima e di vera indigenza. Sono grata al luogo in cui mi trovo per le possibilità lavorative, anche se ultimamente iniziano a scarseggiare pure qui come in Italia. A volte  mi sento guardata con aria di sospetto perché straniera e questo mi riempie di molta amarezza. Ho bisogno allora, di passare almeno tre giorni in Italia, staccando la spina”.
“Perché l’Italia cosa ti offre?”.
Il sole, il calore, il sorriso” e guardandomi con occhi colmi di gioia “Non voglio neanche dormire e nemmeno mangiare. In questi giorni di permanenza a Bari, non farò altro che camminare e respirare a pieni polmoni. Ho bisogno di ricaricarmi di energia positiva”. E finalmente atterriamo. La saluto, scendo, guardo le persone, guardo il cielo, guardo il mare e mi ricarico anch’io, pensando che sono in Italia e posso permettermi di ritemprarmi tutti i giorni.
Ma non posso non permettermi di provare che grande rispetto per gli abitanti e vicinanza alla città che mi ha ospitato, Bruxelles.
                                                                                                        Elly



La casa dei sogni

Era ferma lì, a guardare quel grande portone chiuso. "Deve entrare?", le chiese una signora che stava uscendo dall'enorme palazzo. "No no, non si preoccupi", rispose Eli timidamente, quasi arrossendo e si accinse ad entrare nel negozio di detersivi di fianco.

Quando uscì si volse a rimirare quel portone pieno di vetri. Pioveva. La sua figura riflessa con un piccolo ombrello non riuscì a distoglierla dai ricordi.
Si soffermò guardando con la mente oltre quegli specchi. Conosceva ogni angolo dell'interno del palazzo.
"Attenta Eli! Non saltare le ultime scale tutte insieme" le diceva Ale, mentre lei lo faceva lo stesso. "Aspetta che deve scendere ancora Tiz! Non aprire il portone!". E seguiva il solito scherzo. Si nascondevano dietro l'ultima scalinata del palazzo che aveva una rientranza nascosta. "Uaaaaaa!" urlavano cercando di far spaventare l'amica Tiz che ormai, conoscendo la cosa, non si scompigliava affatto.
Erano piccole, alle elementari insieme. Eli in quel periodo si sentiva sola perché la famiglia stava traslocando ed era stata lasciata dai nonni per permetterle di finire l'anno scolastico. Eppure tutte le mancanze, ogni volta che entrava in quel palazzo, si trasformavano in ricchezze. Ma c'era un perché. All'ultimo piano abitava Ale e lei e Tiz erano sempre a casa sua non solo per i compiti pomeridiani. C'era Celeste, la mamma di Ale, che sapeva trasformare ogni loro compito in un gioco costruttivo.
Ogni volta Eli saliva tutti i piani a piedi perché l'ascensore chiuso le faceva paura e ogni volta arrivava su a casa di Ale trafelata e accaldata, ma per lei era come salire in Paradiso. Sì perché quella casa curata da Celeste era davvero un Eden...
"Eli mi vai a prendere il quaderno in cameretta?", le diceva Ale. "Attenta però che dietro la porta centrale c'é lo studio del mio papà. Non facciamo troppo rumore ancora sta scrivendo qualcosa di importante".
Ed Eli attraversava quel lunghissimo corridoio lastricato di bianco. Era talmente luminoso che le sembrava di percorrere una via Lattea. Ed in fondo la bellissima cameretta di Ale. Lei che invece dormiva provvisoriamente su un divanetto dalla nonna, la guardava estasiata. Assaporava ogni istante come se fosse scandito da un immaginario carillon... lento e melodioso...
C'era sempre tantissima luce in quella casa, una luce talmente forte che illuminava tutti.
Poi ripartiva in quarta con il quaderno in mano e ripercorreva il lunghissimo corridoio.
"Attenta a non scivolare che c'è la cera", ogni tanto le ripeteva Celeste, la mamma di Ale. Ed infatti, dato che amava pattinare per l'ultimo tratto, a volte finiva a terra...ma questo non lo diceva mai...
Eppure, nonostante le grida di divertimento che spesso volavano, quel padre non uscì nemmeno una volta da quella porta. Adorava la sua piccola Ale e sono sicura che quel frastuono che sentiva ogni tanto, gli riempisse l'anima.
"Mi raccomando! Attente ad attraversare la strada! Ale dico proprio a te! Attente alle auto!", si raccomandavano il papà e la mamma di Ale quando uscivano.
Certo come eravano conciate...tra pattini a rotelle e ginocchiere indossate già da casa! Ed una volta in strada... Libere! Felici con il mondo in mano! Pattinavano lungo una bella pineta.
"E dai Eli attraversa la strada!", le urlavano Ale e Tiz e lei in quel momento capiva le raccomandazioni ricevute perché attraversare strade e marciapiedi con i pattini a rotelle era davvero un'impresa!
Quando poi tornavano a casa c'era Celeste che le accoglieva sempre affettuosamente come figlie. Era talmente amorevole che sentivano di esserlo veramente. Lei sapeva ascoltarle, valorizzarle ed incoraggiarle in tutto.

Eli in quel giorno riguardava lo specchio dell'entrata del palazzo e ricordava ancora tutte le volte che Celeste le portava al catechismo o in Chiesa o all'ACR. Soprattutto ricordava il suo luogo preferito. La Biblioteca. Celeste seppe trasmettere l'amore per i valori, lo studio e la lettura.
"Veramente sono tre bimbe impareggiabili e bravissime", esclamava spesso la loro insegnante. E non esisteva nessuna invidia o concorrenza perché si sentivano parte di ognuna. Difficile da spiegare...

"Perché guardi il corrimano?", chiese una volta ad Eli l'avvocato che aveva come tutor durante la sua pratica legale. Eh sì, era capitata in uno studio situato proprio in quel palazzo!
"Sapesse avvocato, quante volte da ragazzina sono scesa su questo corrimano", rispondeva Eli con occhi riflessi...

La pioggia si fece più insistente. Il rumore delle gocce dai canali, il piccolo ombrello, la busta della spesa...doveva affrettarsi per non bagnarsi ancora di più. Ma un ultimo istante.
Si voltò ancora una volta e ricordò quel momento. La sua mamma era morta da tempo e in quel giorno per lei così importante "Auguri dottoressa!", esclamò Celeste al telefono.
Era il giorno della sua laurea e quella fu per lei, una chiamata "celeste", la voce di una mamma.

Per le cose e le persone belle, la porta dei ricordi resterà sempre aperta.
Elly

N.B.: Tratto da una storia vera. Ogni riferimento a fatti, persone o cose non é puramente casuale.

Come non dovremmo essere elettori...

Il partito della pagnotta

(Legenda: Tizio per Sempronio e Caio per Sempronietto)

C'era una volta il Partito della Pagnotta. Chi la voleva cruda e chi la voleva cotta.
Tutti in gran fermento per l'elezione, per i candidati una continua erezione.
Tizio e Caio sempre al bar a parlare su chi alla fine votare.
"Amico Tizio, io voterò Sempronietto! Lui sì che é giusto!".
"No Caio, io voterò Sempronio, tra tutti mi sembra il più retto!".
E non si lasciavano nessuno tra i discorsi... solo così si sentivano contenti...
"Hai visto Tizio, é passata quella che scrive per Tizietto".
"Sì Caio, quella chissà a cosa aspira...ma mo te l'aggiusto io con un commento telematico..."
"Eh bravo a Tizio, mo ti metti a fare pure l'informatico!".
"Caio sapessi! Ho saputo che il nipote di Caietto si é candidato! Quello stava sposato con Caietta che aspirava al posto al Comune e che ora sta con Ufficietto. Quello Caietto seguiva la campagna elettorale di Caiuccio che a quel tempo militava con Tiziuccio", dice Tizio.
"Ah bene! Proprio quel ciuccio! E sì! Loro vogliono fare strada! I furbi!", risponde Caio.
"Senti a me caro amico, cambia idea e vota il mio Sempronietto, quello...capisci a me..." e facendo una mossa lunga lunga con un labbro, continua ancora Caio rivolgendosi a Tizio.
Questi allarmato: "Caio é che ti sta a vení qualche cosa? Ti senti bene?".
"Ma sì Tizio! É che non vuoi capì! Vota pure il tuo Sempronio va'. Ci sentiamo dopo le elezioni", e si salutano.
Passa un po' di tempo e si ritrovano al bar.
"Due caffè maestro, uno per me e uno per il mio amico Tizio" esulta Caio con fare da mafioncello.
"Caio che sei impazzito! Non mi hai mai offerto un caffè! Non sei scontento? Mi volevi tanto convincere per il tuo Sempronietto che chissà che dava... e ha fatto cilecca!", ridendosela con la sua risposta secca.
"Ma Tizio, amico bello, e chi se ne frega...dai pensiamo ad altro. Vuoi un cucchiaino o due di zucchero?", gli chiede gentilmente passandogli la tazzina di caffè.
E Caio che prima delle elezioni ostentava sicurezza e assolutismo di idee...di colpo riceve una telefonata.
"Buongiorno! Come dice? Vuole tre confezioni del mio prodotto domattina in ufficio? Ma va benissimo! Per il pagamento? Come dice? E non si preoccupi! Mi pagherà quando può!".
Tizio dopo aver ascoltato la chiamata di Caio al telefono, esclama: "Vedo che le cose ti stanno andando bene ora...Eh bravo allora al mio Caio! Hai visto che pure che hai votato Sempronietto e alla fine non é stato eletto, te la passi bene lo stesso...".
E da lì a poco passa un ragazzetto che di colpo esclama a Caio: "Papà! Papà, la mamma ha detto che Sempronio ha chiamato a casa perché voleva il tuo numero. Ha detto che vi ringrazia per il voto e che d'ora in poi acquisterà il tuo prodotto!".
Caio come un toro imbizzarrito prendendo per un orecchio il figlio: "Ma Carletto chi te le dice queste cose? Torna a casa va' a studiareeeeee", continua urlando e strisciandolo fino alla porta per l'orecchio.
Il ragazzetto scompare ed entra un vecchietto.
Tizio allora tutto sconcertato e stralunato urla a Caio: "Amico! E meno male che avevi detto che non votavi Sempronio! Ah! Ah! quanto avrei voluto stare nella cabina con te...a vedé...te lo dicevo che Sempronio prometteva bene e Sempronietto no...", sferrandogli una gomitata con fare ammiccante e con derisione.
Caio risponde: "Hai capito bene amico mio, la pagnotta prima di tutto!".

N.b: La politica? Chi la vende e chi la fa. Per chi invece la fa e la vende insieme, c'è sempre il Partito della Pagnotta.
E quale forse sarà meglio...la cruda o la cotta?
Facciamo quella al dente, quella di chi non promette niente, almeno prende meno in giro la povera gente 
P.s.: ce la prendiamo sempre con i politici, ma ricordiamoci che siamo elettori.
                                                                                                                              Elly

Uomini all'anagrafe forse...

La cosa peggiore a cui si assiste é la violenza degli uomini sulle donne. Un abominio e non riesco neanche a trovare le parole per descriverlo.
C'è un ramo molto ricco però, della violenza "psicologica".
Questa é come una stilla che si riversa sul capo con costanza e lentamente riuscirebbe a far sprofondare negli abissi anche il più sano dei cervelli.
Potrebbe benissimo reputarsi al contrario, cioè quando é la donna a perpetrarla nei confronti dell'uomo, ma nel mio caso la citeró come l'ho "sentita".
"Tu stai a casa mentre io vado tutti i santi giorni a lavorare! Hai fatto tredici nella tua vita, trovando me che ti mantengo!".
Ebbene questa é una frase che a mio avviso nasconde tanto disprezzo per il genere femminile. Uomini di tal sorta non dovrebbero formare famiglie o accompagnarsi a donne stile serva-stai zitta.
Purtroppo la nostra é una tristissima realtà, in cui ci sono donne che riescono a realizzarsi, ma anche tantissime che non riescono non perché "non lo vogliano".
Colpa forse di quei ....mila posti di lavoro carenti o colpa di famiglie che richiedono presenza o impegno o altro ancora.
Ma tale tipologia di uomini sanno che portare avanti una casa non é uno scherzo! É un impegno! Mi sento di difendere le donne che non sono "apprezzate" minimamente e di cui il tutto si ritiene scontato.
Agli albori dei millenni moderni sentire questi discorsi che neanche un australopiteco.
Ricordo ancora la frase di uno, quando appena iscritta su facebook lamentavo la carenza di lavoro. Sapete che messaggio mi ha inviato?
Testuale: "Fatti furba, fatti mantenere!".
Non credo di poter aggiungere altri commenti.
ECCE HOMO
                                                                                   Elly

La foto

Una mattinata molto calda quella in cui Giorgio aveva smesso di lavorare. "Prenderò una pausa, mi ci vorrebbe una distrazione, qualcosa di insolito". "Vieni con me, ti porto in un posto dove potrai divertirti", gli fece Mario, un giovanissimo collega molto esuberante. "Dai voglio proprio vedere!". Entrambi lavoravano presso un'agenzia assicurativa pugliese. 
"Ma che strada stai imboccando?". "Fidati" gli fece Mario.
Non era possibile. Si trattava di una strada secondaria dove sagome femminili si alternavano con vesti succinte.
"Dovevo aspettarmelo da te! Forza! E Andiamo via daiiii!".
Mentre l'auto procedeva lentamente, come un flash, nella sua mente danzò un volto mesto.
"Aspetta Mario, torna indietro".
"Lo vedi che ho fatto bene a venire qui!", rispose l'amico ridendo. Noncurante delle sue parole, Giorgio scese.
"Cosa ti interessa fare?", esclamò una voce sommessa. "Nulla. Come ti chiami?". "Sei forse un poliziotto? Vuoi interrogarmi?". Instaurarono così un discorso con battibecchi quasi spiritosi. La giovane donna si chiamava Erica.
"Ora devo andare. Torneró a trovarti", le assicurò Giorgio. "Sì, bravo, magari mi porti anche un bel cornetto", rispose lei con tono sarcastico.
Passarono alcuni giorni. Un pomeriggio Giorgio, spinto dalla curiosità, ritornó su quella strada. Voleva saperne di più. Era rimasto affascinato da quella donna dagli occhi verdi e i capelli castani. Non sembrava come le altre e non sorrideva. Era spenta. "Ma come? Mi hai portato davvero un cornetto! Che gentiluomo che sei!", gli fece, abbozzando un freddo sorriso. Giorgio ritornò altre volte.
Passò un po' di tempo. "Non devi venire più! Ora basta!". Sì, perché stava cambiando qualcosa. Erica era costretta a prostituirsi da un compagno molto violento. Aveva una piccola bimba e doveva proteggerla a ogni costo. Quel giorno fu l'ultimo. C'era un bellissimo tramonto... aranciato. Un immenso campo di papaveri. "Aspetta, permettimi di scattarti almeno una foto". Giorgio raccolse un papavero e lo mise dietro l'orecchio di Erica, tra i suoi lunghi capelli. Lei non riuscì a sorridere. Chinò il capo. Sapeva che quella sarebbe stata l'ultima volta...
Passarono alcuni anni. Giorgio stava andando a Rimini per un viaggio di affari. "... E nell'ansia che ti perdo ti scatterò una foto...
Ricorderò e comunque e so che non vorrai,
ti chiamerò perché tanto non risponderai.
Come fa ridere adesso pensarti come un gioco
e capendo che ti ho perso
ti scatto un'altra foto..." la canzone di Tiziano Ferro in auto, cominciò a travolgere il suo animo. Non l'aveva dimenticata e quel CD ne era la prova, ma non l'avrebbe mai ammesso.
Arrivò a Rimini. La musica continuava "...quando piove i profili e le case ricordano te..."
"Dove ti piacerebbe vivere?". "Se fossi libera a Rimini, dove abita una mia vecchia zia. Ma é solo un sogno", fu un giorno la risposta di Erica.
"Ora basta! Non devo pensarci più!", pensò Giorgio. Si fermò nel parcheggio di un grande supermercato, in cui era annesso un famoso fast food.
Scese dall'auto. Faceva molto caldo. Giacca e cravatta non erano proprio l'ideale. Fu un attimo. Vide una bimba vicinissima allo sportello di una vecchia auto grigia. Passandole accanto notò che un fiorellino era scivolato a terra. Si chinò. Lo raccolse con aria paterna. Era un papavero. La piccola aveva un lieve strabismo. Un'onda, un maremoto. Si sentì la terra tremare sotto i piedi. Non se l'aspettava. La bimba in un frangente, mentre si era chinato per raccogliere quel fiore, glielo infilò dietro l'orecchio. "Allora é vero!" urlò la piccola Lucia. "Cosa?", esclamò Giorgio con il cuore tremante. "Anche a te il papavero fa venire le lacrime! Sai, la mia mamma quando ero più piccola, tornava spesso a casa con un papavero". Una volta l'ho messo sul suo orecchio mentre mi teneva in braccio e si é messa a piangere. Mi diceva che é un fiore magico e ad alcune persone fa questo effetto. Ha fatto piangere anche te!".
In un istante l'infinito, l'eternità.
Ridiede il fiore alla bimba. Volse lentamente il capo...un oceano di sensazioni. C'era Erica! Lei notò Giorgio mentre stava sfilando la moneta per posare il carrello.
"...E sarà bellissimo
perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te...", l'eco della canzone nella testa di Giorgio. Ormai era un vulcano di emozioni. Erica si avvicinò di corsa, prese la figlia in braccio, come per proteggerla o nasconderla. Tirava una forte brezza marina. I suoi lunghi capelli si scompigliarono fino a nasconderle il viso.
La piccola dolcemente li spostò e le infilò il papavero su un orecchio. Erica chinò il capo. Scoppiò a piangere. "Hai visto signore, com'é magico sulla mia mamma?".
Un fotogramma di felicità.
Elly
N.B.: una storia inventata. L'altro giorno percorrendo una strada statale, ho notato una giovane donna e un campo di papaveri. Ho ricamato...sul telaio di ogni vita, non può mancare un fiore della felicità...
P.s.: La storia potrebbe proseguire...lei che viene rapita dagli amici dell'ex che vogliono farla prostituire ancora. Lui che resta con la bimba, ma poi scopre che era un'altra quella di cui Erica parlava e la ritrova. Fa un po' di calcoli...La piccola Lucia si ammala...scopre che é il padre...e Erica dove sarà? Viva o morta? E che é? Una telenovela?
Le vie delle soap sono infinite...come le nostre fantasie, però sull'amore bisogna stare attenti.
A volte si crede di essere innamorati di qualcuno, ma si é innamorati solo dell'amore...
                                                                                                                                                   Elly