martedì 21 giugno 2016

Reportage da Bruxelles

Sopra e sotto i cieli di Bruxelles

Quella mattina faceva più freddo del solito. Ero in partenza con mia figlia Valeria per  un brevissimo viaggio. Mi pregò quasi di portarla con lei e cedetti. Si trattava di una visita al Parlamento Europeo. Saremmo partite solo io e lei da Bari con un apposito volo e saremmo atterrate all’aeroporto di Charles-Roi. Questa cosa mi metteva in subbuglio a distanza di pochi giorni dall’ultimo attentato. Mi sentivo doppiamente responsabile perché se fosse accaduto qualcosa non me lo sarei mai perdonata. Ma cercavo di non pensarci.
Hai freddo?”, chiesi a mia figlia arrivate all’aeroporto di Bari. “Un po’, ma non preoccuparti”, mi rispose con un sorriso. Erano quasi le 9 e stavamo al check-in bagagli. Fortunatamente abbiamo avuto il piacere di conoscere una coppia di madre e figlio, bravissime persone e che ci hanno prestato supporto.
I controlli sembravano accurati. I miei orecchini voluminosi fecero suonare l’allarme. L’addetto alla sicurezza li prese in mano e li alzò quasi a dire “Sono questi!”. Gli mostrai un grosso sorriso ed anche lui non si trattenne, nonostante l’aria tesa e l’etichetta glielo impedissero. Alla fine del nastro che trasportava le valigie c’erano altri due addetti, un uomo e una donna. “Ma siete identiche! Di quale nazionalità?”. “Italianissime!” risposi con orgoglio ed approfittai per porre loro qualche domanda.
Il nostro non è un lavoro facile”, mi risposero con sguardo serioso. “Siamo in continua tensione. Se succede qualcosa siamo i primi a poter essere accusati per non aver eseguito bene i controlli! Purtroppo non è un bel momento”.
Già”, pensai ed intanto i miei occhi si concentravano sulle persone che incontravo, soprattutto sulle loro pance. Forse volevo capire se qualcuno fosse armato o con dell’esplosivo. Rasentai la ridicolaggine dei pensieri. Mi stancai. Finalmente salimmo sull’aereo. Non ebbi più tempo di pensare. L’aereo prontamente decollò. Forse ero troppo agitata, ma ci fu un attimo in cui mi sentii quasi svenire. Era il momento in cui prese quota. Fu come un trapasso. La luce dopo l’oblìo. Guardai l’hostess e le feci presente che non mi ero sentita bene in quell’istante e che quello schiacciamento mi preoccupava. Mi rispose che l’avevano avvertito tutti e che era normale. Così, stretti forse proprio come topi in gabbia, i suoi occhi con eloquenza esplicita, sembravano ricordarmi la convenienza di quel volo e mi azzittirono.
Iniziai a guardare fuori. Non era il primo volo. Ne avevo già fatto un altro, Napoli Venezia, ma tanti anni prima e su un aereo di linea più grande.
Ritornai al passato. La luce del sole sembrava schiarire i ricordi. Mi tornarono in mente i voli fatti appena maggiorenne con un ragazzo che aveva perso la testa per gli aerei e preso il brevetto. Allora ero una specie di mascotte per i piloti più grandi.
Vuoi guidare tu? Prendi la cloche!”, mi diceva quando volavamo. Ma io avevo quasi sempre terrore. A volte scoprivo l’esistenza di santi mai conosciuti, talmente ne nominavo nella mente…ormai erano finiti tutti insieme alle Madonne. Mi venne da sorridere. “Mamma, perché ridi?”, fece ad un tratto mia figlia. “No, pensavo a tuo padre e a quante me ne ha fatte passare con i suoi sport estremi e continua ancora!”.
Ormai ogni sobbalzo o movimento dell’aereo mi sembravano normali, ma molto ridimensionati rispetto a quelli provati sugli ultraleggeri. E ricordai ancora. Un fumo bianco avvolse l’aereo. Eravamo tra le nuvole. Ad un tratto mi sembrò di scorgere nel cielo il volto sorridente di un amico pilota che un giorno mi fece volare sul suo deltaplano.
Se non la smetti di pizzicarmi, volo ancora più in basso! Tanto non mi fai niente!”, urlava ridendo, mentre gli massacravo le braccia. Volavamo sul mare, ma rasentava quasi le onde ed io non sapendo nuotare, ero atterrita! Era più grande di me e mi considerava una sorellina minore a quei tempi. Quando mi vedeva era solito tirarmi pizzicotti sulle guance come si fa ai bambini e glieli ricambiai tutti durante quel giro. Ma venne un giorno in cui fece il suo ultimo volo sul mare…che l’accolse. Non dimenticherò mai il suo essere. Era generoso, serio e amabile. Un lottatore coraggioso. Mi sembrava di vederlo spuntare tra le nuvole e dire: “Ma guarda! Hai ancora paura? Tieni il braccio, pizzicami dai, tranquilla, tra poco l’aereo atterrerà. Andrà tutto bene”, e il pensiero sfumò…
Atterrammo a Charles-Roi. Pure qui iniziai ad osservare assiduamente le persone che incrociavo. Notai però che anch’esse guardavano attentamente me. E capii. Era un timore generalizzato. Mal comune mezzo gaudio. Cercai di non pensarci più. Salimmo su un autobus che impiegò quasi un’ora per condurci in albergo. Osservavo il paesaggio. Era diverso, ma non eccessivamente. Strade ed alberi più o meno come nelle grandi città. Arrivate a Bruxelles, la mia attenzione si volse verso le costruzioni. Palazzi alti  e dove leit-motiv un mattone rettangolare, principalmente nelle tonalità del marrone. Mi vennero in mente tante tavolette di cioccolato. “Forse per questo qui è famoso il cioccolato! Anche le case sembrano enormi tavolette da spezzettare!”. “Ti piacerebbe!”, gridò con sarcasmo il mio inconscio. Non feci in tempo a finire di pensarlo, quando il mio sguardo venne completamente rapito da una visione. Tra due enormi palazzi, dietro delle tendine bianchissime, spuntò una bimba color cioccolato fondente. Aveva i capelli tiratissimi in due mini ciocche in alto con due nastri rosa. Si affacciò per guardare la strada con fare curioso. Credo che questa scena di impatto a Bruxelles, non la dimenticherò mai più.
Arrivammo nell’albergo. Era domenica, nelle strade pochissima gente. Ebbi ancora una certa paura. All’hotel, elegante e con uno stile che non saprei definire, rammentando alcuni alberghi italiani, ci accolsero con gentilezza. Ci diedero degli ombrelli come se fosse qualcosa di consueto ed anche questo mi fu chiaro. Facemmo delle piccole uscite. Piovve continuamente. Nemmeno la pioggia di Bruxelles saprei definirla, conoscendo quella italiana. Dopo temporali o piogge più o meno leggere, il sole prima o poi esce in tutto il suo splendore, sia d’estate che d’inverno. Mi ritrovai lì invece, con una pioggerellina quasi costante, a tratti amorfa e quando smetteva di piovere non sortiva differenza alcuna, i colori erano immutabili. Solo per un attimo quasi vidi uno scorcio di sole, ma durante la permanenza si è trattato di un frammento temporale durato quanto lo scatto di una foto.
Arrivammo al Parlamento Europeo dove fummo accolti con entusiasmo da chi gestiva le visite guidate. Restammo all’interno per visitarlo e per raccogliere informazioni. Lo stile dell’intera struttura era molto sobrio. Sembrava quasi trasparire l’elemento decisionale a cui è finalizzato, senza bisogno di fronzoli o abbellimenti di accessori inutili o inadatti.
Finita la visita continuammo a camminare sotto la pioggia alla ricerca delle particolarità di Bruxelles. Arrivò la mattina e prestissimo ripartimmo per Bari.
Sei indonesiana?”, mi chiese Samia, una tunisina che si sedette al mio fianco. Aveva i capelli nerissimi, gli occhi verdi e una bella parlantina. Il tempo trascorse velocissimo. “Strano, avrei giurato che fossi anche tu straniera!”, puntualizzò.
Sono quasi cinque anni che lavoro a Bruxelles facendo quello che mi capita, dalle pulizie ai servizi per gli anziani. Sto andando a Bari da alcuni amici per ritemprarmi”.
“Perché?”, le feci incuriosita. “Perché come credo hai potuto constatare anche tu, ultimamente l’atmosfera è tesa. Regna un clima di timore per possibili attentati”, mi rispose prontamente. Infatti, tanti militari erano disseminati con i mitra spiegati. Se da un lato potevano infondere sicurezza, dall’altro richiamavano il pensiero di eventuali episodi a cui non voglio pensare.
“Come mai a a Bruxelles?”.
Vengo dalla Tunisia da una situazione tristissima e di vera indigenza. Sono grata al luogo in cui mi trovo per le possibilità lavorative, anche se ultimamente iniziano a scarseggiare pure qui come in Italia. A volte  mi sento guardata con aria di sospetto perché straniera e questo mi riempie di molta amarezza. Ho bisogno allora, di passare almeno tre giorni in Italia, staccando la spina”.
“Perché l’Italia cosa ti offre?”.
Il sole, il calore, il sorriso” e guardandomi con occhi colmi di gioia “Non voglio neanche dormire e nemmeno mangiare. In questi giorni di permanenza a Bari, non farò altro che camminare e respirare a pieni polmoni. Ho bisogno di ricaricarmi di energia positiva”. E finalmente atterriamo. La saluto, scendo, guardo le persone, guardo il cielo, guardo il mare e mi ricarico anch’io, pensando che sono in Italia e posso permettermi di ritemprarmi tutti i giorni.
Ma non posso non permettermi di provare che grande rispetto per gli abitanti e vicinanza alla città che mi ha ospitato, Bruxelles.
                                                                                                        Elly



La casa dei sogni

Era ferma lì, a guardare quel grande portone chiuso. "Deve entrare?", le chiese una signora che stava uscendo dall'enorme palazzo. "No no, non si preoccupi", rispose Eli timidamente, quasi arrossendo e si accinse ad entrare nel negozio di detersivi di fianco.

Quando uscì si volse a rimirare quel portone pieno di vetri. Pioveva. La sua figura riflessa con un piccolo ombrello non riuscì a distoglierla dai ricordi.
Si soffermò guardando con la mente oltre quegli specchi. Conosceva ogni angolo dell'interno del palazzo.
"Attenta Eli! Non saltare le ultime scale tutte insieme" le diceva Ale, mentre lei lo faceva lo stesso. "Aspetta che deve scendere ancora Tiz! Non aprire il portone!". E seguiva il solito scherzo. Si nascondevano dietro l'ultima scalinata del palazzo che aveva una rientranza nascosta. "Uaaaaaa!" urlavano cercando di far spaventare l'amica Tiz che ormai, conoscendo la cosa, non si scompigliava affatto.
Erano piccole, alle elementari insieme. Eli in quel periodo si sentiva sola perché la famiglia stava traslocando ed era stata lasciata dai nonni per permetterle di finire l'anno scolastico. Eppure tutte le mancanze, ogni volta che entrava in quel palazzo, si trasformavano in ricchezze. Ma c'era un perché. All'ultimo piano abitava Ale e lei e Tiz erano sempre a casa sua non solo per i compiti pomeridiani. C'era Celeste, la mamma di Ale, che sapeva trasformare ogni loro compito in un gioco costruttivo.
Ogni volta Eli saliva tutti i piani a piedi perché l'ascensore chiuso le faceva paura e ogni volta arrivava su a casa di Ale trafelata e accaldata, ma per lei era come salire in Paradiso. Sì perché quella casa curata da Celeste era davvero un Eden...
"Eli mi vai a prendere il quaderno in cameretta?", le diceva Ale. "Attenta però che dietro la porta centrale c'é lo studio del mio papà. Non facciamo troppo rumore ancora sta scrivendo qualcosa di importante".
Ed Eli attraversava quel lunghissimo corridoio lastricato di bianco. Era talmente luminoso che le sembrava di percorrere una via Lattea. Ed in fondo la bellissima cameretta di Ale. Lei che invece dormiva provvisoriamente su un divanetto dalla nonna, la guardava estasiata. Assaporava ogni istante come se fosse scandito da un immaginario carillon... lento e melodioso...
C'era sempre tantissima luce in quella casa, una luce talmente forte che illuminava tutti.
Poi ripartiva in quarta con il quaderno in mano e ripercorreva il lunghissimo corridoio.
"Attenta a non scivolare che c'è la cera", ogni tanto le ripeteva Celeste, la mamma di Ale. Ed infatti, dato che amava pattinare per l'ultimo tratto, a volte finiva a terra...ma questo non lo diceva mai...
Eppure, nonostante le grida di divertimento che spesso volavano, quel padre non uscì nemmeno una volta da quella porta. Adorava la sua piccola Ale e sono sicura che quel frastuono che sentiva ogni tanto, gli riempisse l'anima.
"Mi raccomando! Attente ad attraversare la strada! Ale dico proprio a te! Attente alle auto!", si raccomandavano il papà e la mamma di Ale quando uscivano.
Certo come eravano conciate...tra pattini a rotelle e ginocchiere indossate già da casa! Ed una volta in strada... Libere! Felici con il mondo in mano! Pattinavano lungo una bella pineta.
"E dai Eli attraversa la strada!", le urlavano Ale e Tiz e lei in quel momento capiva le raccomandazioni ricevute perché attraversare strade e marciapiedi con i pattini a rotelle era davvero un'impresa!
Quando poi tornavano a casa c'era Celeste che le accoglieva sempre affettuosamente come figlie. Era talmente amorevole che sentivano di esserlo veramente. Lei sapeva ascoltarle, valorizzarle ed incoraggiarle in tutto.

Eli in quel giorno riguardava lo specchio dell'entrata del palazzo e ricordava ancora tutte le volte che Celeste le portava al catechismo o in Chiesa o all'ACR. Soprattutto ricordava il suo luogo preferito. La Biblioteca. Celeste seppe trasmettere l'amore per i valori, lo studio e la lettura.
"Veramente sono tre bimbe impareggiabili e bravissime", esclamava spesso la loro insegnante. E non esisteva nessuna invidia o concorrenza perché si sentivano parte di ognuna. Difficile da spiegare...

"Perché guardi il corrimano?", chiese una volta ad Eli l'avvocato che aveva come tutor durante la sua pratica legale. Eh sì, era capitata in uno studio situato proprio in quel palazzo!
"Sapesse avvocato, quante volte da ragazzina sono scesa su questo corrimano", rispondeva Eli con occhi riflessi...

La pioggia si fece più insistente. Il rumore delle gocce dai canali, il piccolo ombrello, la busta della spesa...doveva affrettarsi per non bagnarsi ancora di più. Ma un ultimo istante.
Si voltò ancora una volta e ricordò quel momento. La sua mamma era morta da tempo e in quel giorno per lei così importante "Auguri dottoressa!", esclamò Celeste al telefono.
Era il giorno della sua laurea e quella fu per lei, una chiamata "celeste", la voce di una mamma.

Per le cose e le persone belle, la porta dei ricordi resterà sempre aperta.
Elly

N.B.: Tratto da una storia vera. Ogni riferimento a fatti, persone o cose non é puramente casuale.

Come non dovremmo essere elettori...

Il partito della pagnotta

(Legenda: Tizio per Sempronio e Caio per Sempronietto)

C'era una volta il Partito della Pagnotta. Chi la voleva cruda e chi la voleva cotta.
Tutti in gran fermento per l'elezione, per i candidati una continua erezione.
Tizio e Caio sempre al bar a parlare su chi alla fine votare.
"Amico Tizio, io voterò Sempronietto! Lui sì che é giusto!".
"No Caio, io voterò Sempronio, tra tutti mi sembra il più retto!".
E non si lasciavano nessuno tra i discorsi... solo così si sentivano contenti...
"Hai visto Tizio, é passata quella che scrive per Tizietto".
"Sì Caio, quella chissà a cosa aspira...ma mo te l'aggiusto io con un commento telematico..."
"Eh bravo a Tizio, mo ti metti a fare pure l'informatico!".
"Caio sapessi! Ho saputo che il nipote di Caietto si é candidato! Quello stava sposato con Caietta che aspirava al posto al Comune e che ora sta con Ufficietto. Quello Caietto seguiva la campagna elettorale di Caiuccio che a quel tempo militava con Tiziuccio", dice Tizio.
"Ah bene! Proprio quel ciuccio! E sì! Loro vogliono fare strada! I furbi!", risponde Caio.
"Senti a me caro amico, cambia idea e vota il mio Sempronietto, quello...capisci a me..." e facendo una mossa lunga lunga con un labbro, continua ancora Caio rivolgendosi a Tizio.
Questi allarmato: "Caio é che ti sta a vení qualche cosa? Ti senti bene?".
"Ma sì Tizio! É che non vuoi capì! Vota pure il tuo Sempronio va'. Ci sentiamo dopo le elezioni", e si salutano.
Passa un po' di tempo e si ritrovano al bar.
"Due caffè maestro, uno per me e uno per il mio amico Tizio" esulta Caio con fare da mafioncello.
"Caio che sei impazzito! Non mi hai mai offerto un caffè! Non sei scontento? Mi volevi tanto convincere per il tuo Sempronietto che chissà che dava... e ha fatto cilecca!", ridendosela con la sua risposta secca.
"Ma Tizio, amico bello, e chi se ne frega...dai pensiamo ad altro. Vuoi un cucchiaino o due di zucchero?", gli chiede gentilmente passandogli la tazzina di caffè.
E Caio che prima delle elezioni ostentava sicurezza e assolutismo di idee...di colpo riceve una telefonata.
"Buongiorno! Come dice? Vuole tre confezioni del mio prodotto domattina in ufficio? Ma va benissimo! Per il pagamento? Come dice? E non si preoccupi! Mi pagherà quando può!".
Tizio dopo aver ascoltato la chiamata di Caio al telefono, esclama: "Vedo che le cose ti stanno andando bene ora...Eh bravo allora al mio Caio! Hai visto che pure che hai votato Sempronietto e alla fine non é stato eletto, te la passi bene lo stesso...".
E da lì a poco passa un ragazzetto che di colpo esclama a Caio: "Papà! Papà, la mamma ha detto che Sempronio ha chiamato a casa perché voleva il tuo numero. Ha detto che vi ringrazia per il voto e che d'ora in poi acquisterà il tuo prodotto!".
Caio come un toro imbizzarrito prendendo per un orecchio il figlio: "Ma Carletto chi te le dice queste cose? Torna a casa va' a studiareeeeee", continua urlando e strisciandolo fino alla porta per l'orecchio.
Il ragazzetto scompare ed entra un vecchietto.
Tizio allora tutto sconcertato e stralunato urla a Caio: "Amico! E meno male che avevi detto che non votavi Sempronio! Ah! Ah! quanto avrei voluto stare nella cabina con te...a vedé...te lo dicevo che Sempronio prometteva bene e Sempronietto no...", sferrandogli una gomitata con fare ammiccante e con derisione.
Caio risponde: "Hai capito bene amico mio, la pagnotta prima di tutto!".

N.b: La politica? Chi la vende e chi la fa. Per chi invece la fa e la vende insieme, c'è sempre il Partito della Pagnotta.
E quale forse sarà meglio...la cruda o la cotta?
Facciamo quella al dente, quella di chi non promette niente, almeno prende meno in giro la povera gente 
P.s.: ce la prendiamo sempre con i politici, ma ricordiamoci che siamo elettori.
                                                                                                                              Elly

Uomini all'anagrafe forse...

La cosa peggiore a cui si assiste é la violenza degli uomini sulle donne. Un abominio e non riesco neanche a trovare le parole per descriverlo.
C'è un ramo molto ricco però, della violenza "psicologica".
Questa é come una stilla che si riversa sul capo con costanza e lentamente riuscirebbe a far sprofondare negli abissi anche il più sano dei cervelli.
Potrebbe benissimo reputarsi al contrario, cioè quando é la donna a perpetrarla nei confronti dell'uomo, ma nel mio caso la citeró come l'ho "sentita".
"Tu stai a casa mentre io vado tutti i santi giorni a lavorare! Hai fatto tredici nella tua vita, trovando me che ti mantengo!".
Ebbene questa é una frase che a mio avviso nasconde tanto disprezzo per il genere femminile. Uomini di tal sorta non dovrebbero formare famiglie o accompagnarsi a donne stile serva-stai zitta.
Purtroppo la nostra é una tristissima realtà, in cui ci sono donne che riescono a realizzarsi, ma anche tantissime che non riescono non perché "non lo vogliano".
Colpa forse di quei ....mila posti di lavoro carenti o colpa di famiglie che richiedono presenza o impegno o altro ancora.
Ma tale tipologia di uomini sanno che portare avanti una casa non é uno scherzo! É un impegno! Mi sento di difendere le donne che non sono "apprezzate" minimamente e di cui il tutto si ritiene scontato.
Agli albori dei millenni moderni sentire questi discorsi che neanche un australopiteco.
Ricordo ancora la frase di uno, quando appena iscritta su facebook lamentavo la carenza di lavoro. Sapete che messaggio mi ha inviato?
Testuale: "Fatti furba, fatti mantenere!".
Non credo di poter aggiungere altri commenti.
ECCE HOMO
                                                                                   Elly

La foto

Una mattinata molto calda quella in cui Giorgio aveva smesso di lavorare. "Prenderò una pausa, mi ci vorrebbe una distrazione, qualcosa di insolito". "Vieni con me, ti porto in un posto dove potrai divertirti", gli fece Mario, un giovanissimo collega molto esuberante. "Dai voglio proprio vedere!". Entrambi lavoravano presso un'agenzia assicurativa pugliese. 
"Ma che strada stai imboccando?". "Fidati" gli fece Mario.
Non era possibile. Si trattava di una strada secondaria dove sagome femminili si alternavano con vesti succinte.
"Dovevo aspettarmelo da te! Forza! E Andiamo via daiiii!".
Mentre l'auto procedeva lentamente, come un flash, nella sua mente danzò un volto mesto.
"Aspetta Mario, torna indietro".
"Lo vedi che ho fatto bene a venire qui!", rispose l'amico ridendo. Noncurante delle sue parole, Giorgio scese.
"Cosa ti interessa fare?", esclamò una voce sommessa. "Nulla. Come ti chiami?". "Sei forse un poliziotto? Vuoi interrogarmi?". Instaurarono così un discorso con battibecchi quasi spiritosi. La giovane donna si chiamava Erica.
"Ora devo andare. Torneró a trovarti", le assicurò Giorgio. "Sì, bravo, magari mi porti anche un bel cornetto", rispose lei con tono sarcastico.
Passarono alcuni giorni. Un pomeriggio Giorgio, spinto dalla curiosità, ritornó su quella strada. Voleva saperne di più. Era rimasto affascinato da quella donna dagli occhi verdi e i capelli castani. Non sembrava come le altre e non sorrideva. Era spenta. "Ma come? Mi hai portato davvero un cornetto! Che gentiluomo che sei!", gli fece, abbozzando un freddo sorriso. Giorgio ritornò altre volte.
Passò un po' di tempo. "Non devi venire più! Ora basta!". Sì, perché stava cambiando qualcosa. Erica era costretta a prostituirsi da un compagno molto violento. Aveva una piccola bimba e doveva proteggerla a ogni costo. Quel giorno fu l'ultimo. C'era un bellissimo tramonto... aranciato. Un immenso campo di papaveri. "Aspetta, permettimi di scattarti almeno una foto". Giorgio raccolse un papavero e lo mise dietro l'orecchio di Erica, tra i suoi lunghi capelli. Lei non riuscì a sorridere. Chinò il capo. Sapeva che quella sarebbe stata l'ultima volta...
Passarono alcuni anni. Giorgio stava andando a Rimini per un viaggio di affari. "... E nell'ansia che ti perdo ti scatterò una foto...
Ricorderò e comunque e so che non vorrai,
ti chiamerò perché tanto non risponderai.
Come fa ridere adesso pensarti come un gioco
e capendo che ti ho perso
ti scatto un'altra foto..." la canzone di Tiziano Ferro in auto, cominciò a travolgere il suo animo. Non l'aveva dimenticata e quel CD ne era la prova, ma non l'avrebbe mai ammesso.
Arrivò a Rimini. La musica continuava "...quando piove i profili e le case ricordano te..."
"Dove ti piacerebbe vivere?". "Se fossi libera a Rimini, dove abita una mia vecchia zia. Ma é solo un sogno", fu un giorno la risposta di Erica.
"Ora basta! Non devo pensarci più!", pensò Giorgio. Si fermò nel parcheggio di un grande supermercato, in cui era annesso un famoso fast food.
Scese dall'auto. Faceva molto caldo. Giacca e cravatta non erano proprio l'ideale. Fu un attimo. Vide una bimba vicinissima allo sportello di una vecchia auto grigia. Passandole accanto notò che un fiorellino era scivolato a terra. Si chinò. Lo raccolse con aria paterna. Era un papavero. La piccola aveva un lieve strabismo. Un'onda, un maremoto. Si sentì la terra tremare sotto i piedi. Non se l'aspettava. La bimba in un frangente, mentre si era chinato per raccogliere quel fiore, glielo infilò dietro l'orecchio. "Allora é vero!" urlò la piccola Lucia. "Cosa?", esclamò Giorgio con il cuore tremante. "Anche a te il papavero fa venire le lacrime! Sai, la mia mamma quando ero più piccola, tornava spesso a casa con un papavero". Una volta l'ho messo sul suo orecchio mentre mi teneva in braccio e si é messa a piangere. Mi diceva che é un fiore magico e ad alcune persone fa questo effetto. Ha fatto piangere anche te!".
In un istante l'infinito, l'eternità.
Ridiede il fiore alla bimba. Volse lentamente il capo...un oceano di sensazioni. C'era Erica! Lei notò Giorgio mentre stava sfilando la moneta per posare il carrello.
"...E sarà bellissimo
perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te...", l'eco della canzone nella testa di Giorgio. Ormai era un vulcano di emozioni. Erica si avvicinò di corsa, prese la figlia in braccio, come per proteggerla o nasconderla. Tirava una forte brezza marina. I suoi lunghi capelli si scompigliarono fino a nasconderle il viso.
La piccola dolcemente li spostò e le infilò il papavero su un orecchio. Erica chinò il capo. Scoppiò a piangere. "Hai visto signore, com'é magico sulla mia mamma?".
Un fotogramma di felicità.
Elly
N.B.: una storia inventata. L'altro giorno percorrendo una strada statale, ho notato una giovane donna e un campo di papaveri. Ho ricamato...sul telaio di ogni vita, non può mancare un fiore della felicità...
P.s.: La storia potrebbe proseguire...lei che viene rapita dagli amici dell'ex che vogliono farla prostituire ancora. Lui che resta con la bimba, ma poi scopre che era un'altra quella di cui Erica parlava e la ritrova. Fa un po' di calcoli...La piccola Lucia si ammala...scopre che é il padre...e Erica dove sarà? Viva o morta? E che é? Una telenovela?
Le vie delle soap sono infinite...come le nostre fantasie, però sull'amore bisogna stare attenti.
A volte si crede di essere innamorati di qualcuno, ma si é innamorati solo dell'amore...
                                                                                                                                                   Elly

mercoledì 11 maggio 2016

Il vestito bianco

Lo aveva ritrovato su facebook dopo tantissimi e lunghissimi anni. Il suo nome non lo avrebbe mai dimenticato. Gli scrisse dicendogli chi era. Lei non aveva foto. Mara ormai a 69 anni aveva rinunciato ad apparire. La vita l'aveva messa di fronte a dure scelte; già da quando aveva 18 anni. Lei e Luca si erano diplomati insieme. Stessa classe, stessi amici, diverso destino. Si scrissero. "Come va la vita a Lecce? Hai incontrato qualcuno dei vecchi compagni?". "Sì, Luca, ma solo Anna e Rita. Sai che sabato devo andare a Milano. Purtroppo é venuta a mancare una mia vecchia zia". "Davvero! Anche io sabato prenderò il treno per Rimini. Devo andare da mia figlia. A questo punto prendiamo lo stesso treno. Potremo salutarci almeno, dopo tutti questi anni!". "Forse fin troppi" gli scrisse Mara, "chissà se mi riconoscerai!". Il treno correva velocemente lungo le stazioni. Luca si era trasferito ad Ancona per lavoro appena diplomato e lei invece fu quasi costretta a rimanere a Lecce perché la madre era malata e nessuno poteva accudirla. Scelte di vita che segnarono profondamente entrambi.
Aveva un vestito bianco di cotone, lungo quasi fino alle caviglie. Una scollatura castigata e un caschetto grigio. Mara era una donna molto alta, però con gli anni aveva messo un po' di peso. Osservava la sua immagine riflessa nel finestrino. Da giovane le piaceva scoprire i lineamenti... ora non più. Non si era sposata e non aveva avuto figli. Portava sempre una cuffietta perché adorava ascoltare la musica. "E con le mani amore, con le mani ti prenderò... e senza dire parole nel mio cuore ti porterò..." la canzone di De Gregori la emozionò. Poi con il braccio sfiorò il suo petto e per un attimo si rattristò. Aveva subìto una mastectomia che le aveva lasciato cicatrici indelebili. "E non avrò paura se non sarò bella come vuoi tu..." continuava la canzone e i suoi occhi si fecero ad un tratto sognanti. Ad Ancona salì un uomo leggermente irrobustito. Lei l'aveva già visto sul social. Indossava un impermeabile beige e un enorme cappello nero. Appena lui la vide notò il vestito bianco. I lembi si intrufolarono tra i sedili. Ritornò indietro di 50 anni in un battito d'ali. "Attenta o mi strapperai il vestito!!! Lasciami! Mettimi a terra!!" urlava lei, mentre su quella spiaggia, intorno ad un fuoco vivace, illuminati da un roseo tramonto, lui la prendeva in braccio e correva fremente. Erano giovanissimi, pieni di vita. Pieni di sogni. Pieni di passione.
"Questa volta non é colpa mia se ti si strapperà qualche lembo del vestito...o vuoi che ti prenda ancora in braccio?". "Stai scherzando? Non credo riusciresti!", puntualizzò sorridendo lei. Dopo che si erano salutati con un mezzo abbraccio, si sedettero frontalmente ed iniziarono a raccontare ognuno di sé. Lui poggiò il cappello sul tavolino. Il treno continuava la sua corsa in avanti, ma la loro era all'indietro. Ripercorsero molti ricordi. Mentre Mara parlava, Luca la guardava attentamente negli occhi, come rapito. Con le dita ad un tratto le sfiorò i lineamenti degli occhi. "Quanti segni ormai" sussurrò lei con aria dolcemente mesta. "Sei sempre bellissima" rispose Luca con sguardo estasiato. "Ti pareva! Il solito galante!".
Sembravano due adolescenti.
Una giovane mamma con un bimbo non poté non osservarli, restando incantata e pensando a quanto tutto ciò che il tempo scandisce sia relativo. Riuscirono a raccontare un po' delle loro storie. "Mi spiace Mara che tu non ti sia sposata. Io ho avuto 2 figlie e 4 nipoti. Una delle mie figlie vive a Rimini ed ha un problema di finanziamento. Ricordi la mia passione per gli studi di economia. Vado a vedere se posso aiutarla. Mia moglie non ha potuto accompagnarmi. Ha i suoi acciacchi". "Eh Luca, chi non li ha a quest'età". La fermata di Ancona era vicina. Luca si alzò e nello stesso istante Mara si sollevò dal sedile. "Aspetta ti aiuto!", gli fece alzando le braccia per raggiungere una ventiquattrore che aveva poggiato in alto. Di colpo si avvicinarono gli sguardi, gli occhi. Erano troppo vicini. La baciò. Fu un bacio intenso. Le labbra bruciavano di ricordi. Il fuoco di quel falò sembrava ardere tra i loro volti. Erano avvolti da fiamme lunghe, alte e pungenti. La giovane mamma rimase attonita. "Un applauso del pubblico pagante..." riecheggiava la canzone. "E con le mani amore, con le mani ti prenderò e nel mio cuore ti prenderò..."
Non volarono via. Il treno fermò ad Ancona. Lui scese con la borsa in una mano e nell'altra il cappello. Si fermò. Lentamente rindossó quell'enorme cappello nero. Lei lo guardò dal finestrino. Lui non si voltò. Nemmeno per un istante. Non poté farlo. Un bimbo gli corse incontro e si aggrappò alla gamba. "Nonno nonno dai non ti commuovere così! Quante lacrime! Piangi più di me di quando la mamma mi mette in punizione!"
"...così la donna cannone
quell'enorme mistero volò
tutta sola verso un cielo nero
nero s'incamminò,
tutti chiusero gli occhi
l'attimo esatto in cui sparì.
altri giurarono spergiurarono
che non erano mai stati lì...", continuavano le note.
Con quel vestito bianco, né da madre amante sposa... Mara gettò il suo cuore tra le stelle.
Elly
N.b: la musica e le canzoni riescono ad arrivare fino al cuore.
https://m.youtube.com/watch?v=1UQgMe9DZhs

domenica 1 maggio 2016

Il viaggio

Il viaggio

Dovevo trovarmi lì, per una promessa fatta da tempo; accompagnare mia figlia che voleva conoscere la grande città. Non solo grande. Parlo di Milano.
Andata e ritorno con l’intercity; soggiorno in albergo tra le offerte migliori e più convenienti sul web.
Camera 223, prego!”.
Gentilezza e cortesia senza alcun dubbio.
La differenza.
Un amplificatore sembrava ingigantire la prospettiva; rumori, strade, auto, semafori, case…e persone.
Le informazioni richieste prontamente esaudite, con precisione quasi minimalista. Chissà perché, ma ad un tratto mi è venuto in mente l’anziano signore che una volta a Napoli, per indicarmi una via, gesticolò simpaticamente ed allargò così tanto le braccia da condurmi figurativamente.
Deve prendere la linea gialla!”, invece… “Cosa sarà mai! Una circolare, un tram?”, penso tra me, ma per una sorta di vergognosa reticenza, esito dal chiedere ancora.
È solo un’informazione, un dettaglio che forse non è stato aggiunto perché è assodato che sapessi…
Invece proprio lui, il cameriere di un bar vicino, con un fisico tornito ed un sorriso che mi convince “È una linea della metropolitana”.
Sì, ha capito. Siamo vissuti accecati e forse troppo scaldati dallo stesso sole del Sud.
Eccola che arriva. Un suono epico, da Apocalisse. Velocissima, istantanea. Viaggio di sola andata per l’Inferno, sembrano declamare i sibili delle rotaie. Ci sono dentro ormai. Suoni lunghi e strozzati come voci dall’Ade. Figure ceree, eteree, soffuse. Corpi senza volti che si accalcano e dissolvono in istanti a tratti interminabili.
Lo sguardo si fissa su particolari. Il viso di una donna pensierosa, il giovane con la valigia. I suoni sferzano ritmi ormai cadenzati. No. Ecco che se ne ode uno ad infrangere il tutto. Il tocco sordo a terra di un bastone. È lui, un mendicante, cereo, ma non etereo o beffardo come il mendico Iro. Si distingue nettamente con la sua mano nera che richiama quel vortice in cui entra ed esce la metro. Finalmente fuori. Aria. Palazzi e un po’ di verde, meno male. Le visioni mi appaiono filtrate, come attraverso lenti opache e la stessa realtà si opacizza. Osservo vetrine, muri e cornicioni simili a schizzi geometrici. Una fila cadenzata di individui che corrono in una direzione. Silenzio. Semaforo rosso. Auto e pedoni si incrociano come rette e semirette, scambiandosi i ruoli. Tutto di fretta, tutto in fretta. Non ho fatto in tempo. Non sono riuscita a cogliere quell’attimo più vivido, che esplicasse ”un senso”.
Sguardi su un orologio, su un cellulare, occhiate fugaci. Ma lui non c’è, non lo percepisco ancora, eppure c’è, ne sono sicura. È in ognuno di loro, solo che la vita che sembra sfuggire, lo cela, lo filtra.
Poi il sole timidamente spunta all’orizzonte. Ed appare ciò che non vedevo. In strada, eccoli, due giovani si stanno abbracciando; al bar, la cassiera sorride al cliente. La voglia di comunicare, la voglia di parlare di più, come un morbo si diffonde tra alcuni ed il sole inizia a scaldarmi, ma non sopisce il mio essere. Non riesco bene ad incanalarmi. Forse occorre il tempo, soprattutto la voglia.
Il mio sguardo infine è stanco, ho le orecchie sature, quasi tappate. Ritorno in albergo a dormire. Chiudo gli occhi e risento quei rumori. Le immagini scorrono veloci, come cortometraggi in bianco e nero.
Un particolare infine diventa roseo, quasi rosso e si distingue nettamente. È la mano di quel mendicante. Sì, è lì racchiuso quel senso, l’humanitas.
                                                                                       Elly                                       

La margherita

La margherita
In quella grande villa, circondata da grandi alberi e rovi spinosi, viveva Karin.
Era ormai sola da molti anni.
Quasi tutte le mattine, lungo la stradina a cui si affacciava una delle sue finestre, passavano una madre e una bimba con lo zaino per la scuola. "Cosa guardi? É solo una povera vecchia! Forza o faremo tardi!". La piccola Delia però, ogni volta guardava con curiosità Karin affacciata alla finestra e la salutava con la manina. Nell'altra portava sempre una margherita che raccoglieva lungo il tragitto. Peccato ci fosse sempre l'attenta madre a strattonarla!
Karin era una donna rimasta sola. Una donna che per tutta la vita cercava un "senso". I libri ormai erano l'unica compagnia. File e file in cui si perdeva ed ogni nuovo arrivato, lo sfogliava con cura, sperando di trovare maggiori risposte. Le piaceva rimirare dalla solita finestra le albe e i tramonti che si succedevano con costanza, ma non riuscivano a coprire quella sua insaziabile ricerca di verità esistenziale.
I giorni passarono ed essendo ormai anziana, arrivò il momento in cui le sue forze cedettero e rimase a letto. C'era Bice, una lontana parente ad accudirla. Un mattino, triste più del solito, con un cielo nero di pioggia, Bice aprì la finestra a cui Karin solitamente si affacciava, per rinfrescare la stanza. "Karin, guarda! Ho trovato questa piccola margherita proprio sulla finestra!". E la pose sul suo petto. Karin, ormai sempre meno vitale, la strinse a sé in una mano, mentre con l'altra teneva uno dei suoi tanti libri. Smise di piovere. Un raggio di sole entrò all'improvviso rischiarando il suo corpo, ormai esanime...
Passarono diversi anni.
"Vieni tesoro! Questa casa é in vendita! Cosa ne dici se domani la andiamo a vedere?".
Delia e il suo fidanzato si trovarono a passare lungo la stradina a cui si affacciava la finestra di Karin.
"Amore, lo sai che sono super impegnato con il lavoro! Vai pure tu! Mi fido di te".
"Sai, c'era sempre un'anziana donna affacciata a quella finestra e mia madre non mi permetteva di salutarla come avrei voluto!".
"Allora saluta me con un bacio!" e la strinse forte.
"Sei il solito!", lo guardò negli occhi sorridendo.
L'indomani Delia si recò con l'addetta dell'agenzia a visitare la casa.
"La avverto, ci sono ancora dei vecchi mobili e qualche scatolone da buttare via. Nessuno li ha voluti".
Delia entrò nella stanza con la finestra. C'era un comodino e un vecchio sgabello, un po' traballante. Si sedette e vide un libro scuro polveroso che la incuriosì.
Era una giornata molto nuvolosa. Anche la luce era fioca. Dal libro sporgeva un lembo di carta. Lo aprì e spuntò la foto di una bimba con la mamma che la teneva per mano. C'era anche una piccola margherita secca e schiacciata. Ma era come quella che lei raccoglieva tutte le mattine passando lungo il viale! Nella sua mente balenò il ricordo di lei che posava la margherita sulla finestra, con gli occhi delusi perché non trovava più quella signora a sorriderle. In quella foto doveva essere l'anziana Delia da bambina con la sua mamma!
Con molto stupore lesse alcune righe scritte dietro l'immagine.
"Una vita intera a cercare qualcosa che le dia un significato. Anche in un piccolo fiore, se si cerca bene, un senso lo si trova. Tutto sfugge. Tutto si distrugge. Ma c'è sempre un qualcosa che rinnova e rigenera quel senso..."
All'improvviso entrò Lily la cagnolina adorata di Delia che correndo all'impazzata la fece precipitare dal vecchio sgabello e si ritrovò gambe all'aria mentre Lily come se niente fosse, leccava furbetta la sua guancia. Scoppiò a ridere. Era così buffa! Se mi vedesse il mio ragazzo!
Un raggio di sole illuminò la stanza e prendendo la margherita tra le mani disse "Questa sarà la mia casa. Tutto si rinnoverà qui dentro, ma tu no, tu resterai così, piccolo fiore dei ricordi, racchiuso nel mio scrigno più prezioso, nel mio cuore".
Elly
p.s.: mi é venuto in mente di scrivere questo mini racconto, perché ieri attraversando una strada, ho intravisto la villetta di un caro amico che si é trasferito, per motivi ben diversi, ma ogni casa ha delle storie e dei ricordi preziosi, anche se questa é una storia inventata.Emoticon wink
                                                                                                              Elly

Ti prego

Ti prego...
O mio Signore ti prego
aiutami a capire.
Aiutami a comprendere coloro che amano usar le parole come fendenti.
Aiutami a non rispondere alle provocazioni e a non capire i significati sottintesi.
Aiutami ad aprire la mente e rendila più sagace.
Fa' che i grandi cultori dell'intelletto possano istruirmi e che io possa ricevere anche una sol briciola di tanta sapienza.
Che possano muoversi a pietà coloro che sui social di oggi vantano un acume superiore e possano prendermi per mano e aiutarmi nel mio percorso cognitivo.
Me tapina! Così distante dalla ratio umana! Rendimi degna di confrontarmi a chi propina "uman e giusto sapere"!
Affinché non solo colui che, così tanto esperto e saccente, possa aspirare al Tuo Regno, ma possa accedervi anche chi é indegno come me nella conoscenza.
Ti prego mio Signore,
aiutami a restare indenne dalle offese e che i miei sterili ed inutili studi e titoli, possano invece un giorno rendermi degna di affiancare "menti telematiche" elevate.
O mio Signore, no, non c'è solo peggior sordo di chi non vuol "sentire". "Non c'è peggior sordo di chi non vuol capire". E aiutami a capire, ti prego.
Amen
                                                                                       Elly

Conti rossi

Oggi sembra di doverci difendere sempre da qualcuno o qualcosa. Ricordo mia madre che stilava liste della spesa e conti e riconti per inquadrare il fine mese. C'era una voce, immancabile in ogni lista, l'imprevisto. 
I tempi sono cambiati. Ora lo chiamerei il ladro-imprevisto.
Perché sì! Riusciamo ad arrivare a fine mese? Come glielo spieghiamo a tutti quelli che incrociamo ed elemosinano? E all'eventuale ladro come giustifichiamo di avere il portafogli cipolloso perché questo mese c'è stato l'imprevisto delle medicine per l'allergia, la visita agli occhi, l'ecografia, una Comunione, il compleanno della zia...Ma il ladro capirà?
Un momento... Dobbiamo ancora controllare la cassetta della posta...con passo felpato...non si sa mai il ladro nelle scale ci precede...oh no! Non sarà mica arrivata un'altra megatassa? Ladro scusa, potresti derubare un po' il mio postino?
Ecco, ogni mese prima di ogni voce, dovremmo ricordarci di aggiungere il ladro-imprevisto e poi tutte le spese!
Meglio mettere anche un biglietto nella borsetta. Bisogna avvisare il ladro che questo mese é ancor più triste.
Madonna e se nella borsa trova la supposta? Quella per i capogiri? Lo scriverò che quella può prenderla anche lui...ormai siamo tutti retro, ladro più ladro meno, non si capisce più chi porta il treno...
Risparmio la morale Emoticon wink

#tempidurinemmenoiladrisonpiúsicuri
                                                                                      Elly

I peli virtuali

I peli
Spesso mi capita di ricevere frecciatine che non so come catalogare.
Sui social poi non ne parliamo.
Su instagram esempio, metti delle foto e vedi commenti "Come mai non ti mostri interamente? Hai qualcosa da nascondere?".
Se condividi una clip con fondo musicale. "Perché non parli? Hai forse la zeppola in bocca?".
Metti quella con l'audio. "Ah ma devi migliorare" e magari te lo dice uno che "interpreta" la lingua italiana...grammatica compresa.
Su facebook poi si rasenta la ridicolaggine. "Guardiamo un po' Tizio che ha condiviso?"
"Ma come? Non mi piace questa cosa che ha messo! Ora glielo scrivo sotto!" e magari Tizio é un tipo che si fa sempre i ca... suoi...ma proprio per questo va punito.
Caio invece quanto é bravo! Sta ostentando tutti i riconoscimenti... osanniamolo! Sempronio poi se condivide eventi reali a cui partecipa é detto esibizionista.
Foto, pensieri, link e video analizzati neanche se con i NAS.
Perché va così. L'obeso dice grasso a chi é più magro di lui. Il basso chiama nano chi é pure più alto di lui.
I peli! Si contano uno ad uno quelli degli altri senza tralasciarne nessuno!
E quelli che vantan toghe poi, come le hanno ampie...lì sotto può nascondersi di tutto...dai bracieri del peccato all'ipocrisia dei credi.
Perché alla fine non c'è un solo credo. Ma tanti. Uno per ognuno. Quando invece bisognerebbe ogni mattino almeno, iniziare guardandosi allo specchio e contando i propri peli. E si dovrebbero guardare soprattutto quelli che si hanno dentro, perché prima o poi un piccolo gesto può tradire il voler sembrare e apparire "perfetti e unici testimoni di ratio intellettiva".
Dio mio quanti peli e quante rughe ho stamattina!
Ora vado a controllare Tizio, Caio e Sempronio, però sto attenta ancora per sbaglio mi scappa qualche like! Niente di meno! Dopo quello che scrive sulla sua "irta bacheca".
                                                                                                                   Elly Emoticon wink

Una questione di pelle

Una questione di pelle...
A volte lo senti da piccoli particolari, come una mancanza, uno sguardo strano, un sorriso ironico e te ne accorgi, ma fai finta di niente. Perché sì, ci sono situazioni in cui si é costretti a fingere. Può essere sul lavoro, un collega, un amico, un parente, ciò non importa. Importa che la senti. Percepisce quell'aria elettrica che circonda i tuoi movimenti o le tue parole. Ricevi risposte di circostanza, cenni informi o denigratori, noti persino uno sguardo funesto. E ti ritrovi lì che a volte non sai come comportarti. Ti senti sbagliato, inappropriato. Poi noti che chi forse per invidia o antipatia non ti degna di una minima attenzione, non lo fa per timidezza. Lo vedi sfoderare sorrisi smaglianti e moine che mai avevi visto, ma con altri, non con te.
A volte é eclatante, a volte lo senti a pelle. E lo sai che l'istinto raramente si sbaglia. In età adolescenziale ti sarebbero venuti tutti i complessi del mondo. Ti senti inibito, frenato. Però poi capisci. Capisci che se non garbi a qualcuno non é perché tu sei sbagliato. Per ogni "qualcuno a cui non piaci" noti invece "qualcuno che ti apprezza e stima per come sei". Certe situazioni poi non sono come andare da uno specialista o da un commerciante che, se si mostrano scortesi, elimini in un colpo. Certe situazioni non lo permettono e allora comprendi...comprendi che non te ne può importare altamente.
"Ti sto antipatico? Non ti garbo?"
"Vedessi tu a me!"
E poi le ammiri. Ammiri quelle persone affabili, soddisfatte di loro stesse. Persone che sanno gioire dei successi altrui; che sanno donare sempre una parola di conforto; dolci, amabili, sincere e serene verso gli altri. E lo fai. Non ti importa più di quel qualcuno che ti deprezia o a cui non garbi. Sei te stesso e continui a percorrere la tua strada con indipendenza e soprattutto noncuranza verso quelle persone, ma con il supporto insostituibile di chi ti considera. E cambia.
"Mi stimi?"
"Sapessi io quanto ti stimo!".
                                                                                             Elly

Per le Palme

Stamane avrei voluto condividere uno dei miei post "polemici" indirizzato ai soliti "montati di testa", ma mi sono accorta che sono arrivate le Palme. Dovremmo essere tutti più buoni...e dovrei esserlo anche io non polemizzando. Purtroppo chi parla in prima persona é sempre chi poi ne fa le spese perché si espone. I più intelligenti si dice che siano quelli che tacciono e ho incerottato la mia penna che si sta contorcendo...
Su facebook farò una sbirciata tra la lista dei contatti neri sbloccando chi riesco...ma non prometto più di tanto perché credo nell'unica giustizia "fai da te".
Va bene, dobbiamo essere più buoni almeno oggi!
Allora passo alla mia rubrica telefonica...invio gli auguri a tutti quelli che mi hanno contattato solo per "un interesse", dimenticandosi poi della mia esistenza...
Va bene, dobbiamo essere più buoni almeno oggi!
Vado a dedicarmi alle mille faccende che mi attendono...dopo l'influenza ed il naufragio dei miei stendini...rischio di inciampare tra le liane dei panni stesi dappertutto...
Però ci tengo...davvero... ringraziando soprattutto chi mi sopporta su facebook... tengo ad augurare tanta serenità...
Perché la felicità...quella viene solo se si é sereni...bacioni,
Buone Palme 
                                                                                                               EllyEmoticon heart

Zia Mery

Ogni volta che mi recavo a trovarla, la zia Mery mi accoglieva con un sorriso. La trovavo sempre intenta nella lettura...passava dalle riviste più frivole ai libri impegnati.
"Cara" mi diceva, "voglio essere al passo con i tempi! Ormai ho superato 80 anni e mi piace essere informata su ciò che accade. Come vedi non esco mai di casa..." concludeva con fare malinconico. Infatti la zia Mery non riusciva a camminare bene per i suoi acciacchi e provvedeva a lei la signora Lara. "Lara é tanto cara, ma va sempre di fretta e non si sofferma mai a chiacchierare con me!" lamentava ogni tanto. Mery aveva un figlio che era dovuto andare lontano per lavoro e lei aveva voluto rimanere nel luogo in cui aveva vissuto da sempre. "Sai quante ne ho passate per vedere anche per un attimo il mio povero marito! Ai miei tempi non potevamo stare da soli!" ed io "Zia sapessi quante volte invece sono talmente inquietata che vorrei stare sola!" "No! Non dire così! Non lamentarti con nessuno perché é difficile trovare qualcuno che ascolti senza giudicare a modo suo..." E così tra una chiacchiera e l'altra passavano giorni. Ricordo il suo enorme lampadario di cristallo. C'era una vetrinetta di legno ricca di merletti e di oggetti di ogni tipo e il mio sguardo cadeva sempre su un oggetto metallico al centro illuminato e scintillante. I miei occhi quando entravo si posavano sempre lì e lei seguiva il mio sguardo in silenzio. "Zia, a volte non so proprio quale direzione prendere! Sembra che niente abbia un senso!". "Ma no! Tutto ciò che facciamo lascia un'impronta" mi rispondeva spesso. Eppure nel guardare i suoi lenti movimenti e la sua pacatezza, non riuscivo a percepire quel "senso" che cerco sempre di trovare. Zia Mery aveva una bellissima scrittura e seminava bigliettini con promemoria rivolti a Lara. Dalla lista della spesa alle richieste più svariate. "Ma zia! Questo che hai scritto é l'ultimo libro di quell'autore famoso! Lara non potrà mai trovartelo!" e lei con gli occhialini e l'espressione da fanciulla attonita "Caspita! Sono curiosa di leggerlo, ne ho sentito tanto parlare ultimamente". "Non preoccuparti, lo cercheró su internet". Arrivai un giorno a portarglielo. Era felicissima, ma interruppi la sua gioia per un attimo "Zia, per un po' non potrò venire perché parto per un breve viaggio. Ti prometto che come ritorno, verrò immediatamente a salutarti". Mentre andavo i miei occhi passarono da quel piccolo oggetto luminoso ai suoi che però scintillavano maggiormente per la commozione.
Ritornai dopo un po' di tempo. Nessuno mi aprì. Chiamai subito la signora Lara che mi disse che durante la notte zia Mery era stata portata in ospedale per un malore. Mi precipitai, ma era troppo tardi! Nella mia mente passarono veloci i suoi sguardi, le sue parole, la vetrinetta, i sorrisi... Al funerale tante persone, la maggior parte volontari ed amici a cui lei aveva prestato conforto da giovane. Sì, perché zia Mery si era dedicata al volontariato e molti la ricordavano con affetto. Per questo pensai, mi diceva "Hai visto quanti giornali mi hanno portato?", perché ad allietarla c'era sempre qualcuno che si ricordava di lei. Alla fine del funerale mi raggiunse il figlio. Era molto provato. "So di te. La chiamavi zia Mery anche se non eri una nipote, ma lei ti considerava tale. "Tieni, questo é per te" e mi diede un sacchetto bianco con un bigliettino ed il mio nome sopra. Profumava di lavanda, proprio come lei. L'aprii e con grande sorpresa trovai l'oggetto che osservavo. "Allora se n'era accorta che tra tutti gli oggetti della sua vetrina, guardavo proprio questo!" Un brivido mi assalì scuotendomi interamente. Era una barchetta d'argento. C'era un foglio ripiegato. Aprii e lo lessi trepidante. "Mia cara, non affannarti a ricercare quel senso. Il senso che tu cerchi non si lascerà mai trovare da te; sarà lui a cercare te quando compirai qualcosa che lo abbia in sé. Ricordati sempre di non gettare mai l'ancora. La tua vita come questa barca attraverserà mari in tempesta, ma tu naviga, naviga sempre, non fermarti mai e guarda avanti. Oltre ogni oblio una luce potrà schiarire solo se tu vorrai vederla. Nessuna luce ha il potere di illuminare un cuore spento. Naviga serena e quando il mare é calmo, spiega le ali assaporando ogni attimo".

P.s.: ogni riferimento é reale, ma nato da un collage di persone e situazioni.
L'àncora spesso me la ritrovo tra le mani...zia Mery dall'alto la trattiene...
                                                                                                            EllyEmoticon wink

Per lei

Perché in fondo c'è lei...che sa capirla fino in fondo...

Non c'è bisogno di una festa per celebrarla.
Un uomo dovrebbe "accorgersi" della donna che ha al suo fianco ogni giorno.
Non dovrebbe tornare dal lavoro stanco e rispondere nervosamente o scaricare la sua rabbia se il lavoro é carente.
Non dovrebbe far pesare su una donna il suo ruolo di "faccendiera domestica" alla stregua di una badante.
Non dovrebbe colpevolizzarla sul fatto di essere o non essere riuscita a trovare un lavoro.
Non dovrebbe anteporre la propria madre o i familiari, giudicando ogni suo comportamento.
In campo lavorativo non dovrebbe sentirsi "superiore" o utilizzare se ha potere il suo "ruolo gerarchico".
Non dovrebbe assecondarla solo per "amor di pace" facendo finta di niente e, appena varcato l'uscio, riempire i polmoni sentendosi rivitalizzato...
Non dovrebbe esprimere complimenti o lusinghe mentre sbircia "altrove" o con gli occhi o con la mente.
Non dovrebbe "abituarsi" alla sua presenza come un soprammobile da spolverare ogni tanto.
Non dovrebbe esasperarla con la gelosia se é un insicuro per natura.
Perché "una donna" capisce "sempre" anche se fa finta di niente. Una donna non ha solo un cuore, ha anche una testa.
E soprattutto non ha bisogno di "spavalderie" mascoline...
Una donna riesce a stare bene anche "da sola"... un'alleata la trova sempre...che mondo sarebbe senza nutella Emoticon wink

Morale? Le mimose non si mangiano. Se proprio volete seguire questa ricorrenza,
il supermercato é all'angolo...
E mi raccomando la frase fatidica!!!
"Ho pensato al dolce perché ti vedo molto dimagrita!" 
                                                                                                                    EllyEmoticon wink

Pensando

Pensando.
A volte mi capita di osservare la tracotanza di chi, solo perché ha pubblicato un libro, o ha guadagnato un po' di strada, si permette di considerare con un'aria di "superficialità" gli scritti e le personalità altrui.
Anche sui social questi "magnati" della scrittura operano una cernita nelle amicizie, ti aggiungono o eliminano come vezzi da cicisbeo, forse per il loro modo di pensare "unico ed insindacabile".
Non é che il compito di un alunno/a abituato a prendere 10 in italiano può avere lo stesso riscontro di chi a malapena prende la sufficienza. Può capitare benissimo che quest'ultimo con frasi ad effetto, spiazzi totalmente il "capoccione" (piccolo esempio).
In ogni campo, ma soprattutto quello della scrittura, sto notando il vortice delle "cerchie". O ne fai parte o ne sei fuori. In tutto e per tutto. Poi lecchinaggi a destra e a manca. Frequentazioni, ossequi e ostentazioni. Ma quanti ci sono là fuori con una fantasia fervida nello scrivere e senza alcun mezzo? Non affermo questo perché parte in causa sullo scrivere un libro di qualsivoglia genere, perché mi interessa scrivere solo articoli ed interviste. Però non so se restare più stupita o amareggiata da simil andazzo "classista letterario".
La verità é che, pure se si "sa", non sempre si "fa" e non solo per mancanza di possibilità, ma anche e soprattutto per "ostruzionismo".

In ogni campo:
Vincente non é chi lo é, ma sa di "non esserlo".
E Perdente non é chi lo é, ma sa di "non esserlo". (Elly)

Zitti o bacchettati

Zitti o bacchettati
Se nella realtà capita di trovarsi in un luogo e dire qualcosa che a qualcuno non va giù, sui social, su facebook particolarmente, a volte bisogna prestare la massima attenzione. Puoi trovare un link in cui ti limiti ad un'osservazione, in cui metti un mi piace ed esprimi un'opinione di dubbio, come faresti con un' amica/o, che zac! Scatta la risposta dello sconosciuto...
Finché siamo tutti "accondiscendenti" tutto bene...
Altra bacchettata.
"Per favore metteresti un like alla mia pagina?" "Ah e visto che ti trovi ne ho un'altra e un'altra e un sito e bla bla...". Un grazie non arriva quasi mai...e neanche un arrivederci.
Ancora...
Amicizia accettata, subito ci inseriscono in un gruppo e molto raramente ti viene richiesto. Va bene per i gruppi di ogni tipo, ma proprio ora rivedendo i miei, mi sono trovata ad essere in politica sia di destra, sia di centro che di sinistra! Sono proprio una voltagabbana! Io poi, che quasi la odio la politica... Che dire della grande delusione che arriva quando "sembra" che un profilo ti stimi e ricambi, ma poi scopri che non spenderebbe una parola per difenderti. Ho sollevato un dubbio sotto un link scrivendo che nutro dei dubbi sul fatto che l'uomo abbia messo il suo piede sulla Luna, dubbi che mi sembrano leciti e sul fatto perché non vi ritornasse, che invece é scattato subito l'insulto del tale, non tra i miei contatti, tra le cui definizioni denigratorie, l'affermazione di quelle come me "oche da cortile". E meno male che avevo espresso un semplice dubbio...
Allora caro tal dei tali, ieri ho approfondito molto sul perché dei miei dubbi dovuti forse a documentari di parte o a scambi di opinioni con persone, ti assicuro titolate, ma di parere discordante e mi sono documentata su tutti i tentativi falliti e non, come sui particolari, ad iniziare dalla "bandierina stropicciata" o dal gioco di ombre, ecc. Io non sono una "lunacomplottista", ma nemmeno solo un'oca da cortile, sappi che sono anche un'oca giuliva!
QUA QUA QUA Emoticon smile

N.b: questo vale pure per quelli che esasperano i loro pensieri con "assolutismo ed imperativismo" o subito attaccano, forse perché frustrati e frustati dalle consorti in casa, che non permettono loro neanche di fiatare...e cmq se siete tanto "Colti o Scienziati", sarebbe bene ogni tanto rivedere il vostro bagaglio di nozioni ortografiche...é meglio che mi fermo...

Preferisco gli stupidi che sono capaci almeno di cambiare idea 
                                                                                                                   EllyEmoticon wink

L'acidosa

A volte mi sento acida per ciò che mi capita. Possibile che le donne debbano godere di una così scarsa considerazione? Poi ci sarebbe una festa che vorrebbe celebrarle. Credo che dobbiamo essere noi donne a farci sentire in primis dagli uomini! Sui social possibile che se una donna non si mostra insieme a qualcuno, anche se dichiara di essere impegnata, debba essere una che voglia adescare? E se alla sua metà non piace farsi fotografare o non é il tipo a cui piace mostrarsi? Stesso discorso vale per gli uomini. Ho una figlia che ama le foto e un figlio a cui non interessano proprio. Eppure é un bel ragazzo! Una volta una tipa mentre scendeva dal treno gli fa avvicinandosi "Ma sai che sei proprio bello..." e io "E tu come minimo le chiedevi il numero" e lui "No, ho guardato se avessi ancora il portafogli!".
Insomma sia nella realtà che sui social é sempre tutto relativo, ma prima di dare inizio alla caccia, bisognerebbe assicurarsi con più certezza l'eventuale preda. Come chi senza conoscerti, appena inserito tra i contatti esordisce con "Come va?". Ma come? Ti viene da rispondere. Ma chi ti conosce? Un conto é che anche non conoscendo una persona, ci si può sentire di raccontare di sé e allora quella stessa persona ricordandosi dopo un po' te lo chiede, ma così, non lo so, forse sono io che sbaglio. E quando si esordisce "Lo sai che sei bellissima..." e ti sei appena alzata e guardandoti allo specchio...ti si senti invece più scorfana del solito...oppure "Lo sai che stai proprio bene..." e tu magari stai lì con la macchinetta della pressione perché hai avuto dei problemi.
O solo perché una donna si permette di rispondere cortesemente con un grazie "Perché non ci sentiamo per voce?" e tu pensi a tuo padre che quando ti chiama rispondi sempre incazzata e sei tentata dal dire "E dammi sto cavolo di numero così ti faccio l'esorcista!"
Alcuni poi su twitter, stanno solo per infastidire, ti inviano domande strane tipo "Risposta A o B" o molti "Posso farti una domanda?" e allora sì che devi rispondere "Ma tu una domanda te la sei mai posta?" e loro "Quale?" "Ma un vagone di c.... tuoi mai?"
Su instagram, ma anche su facebook, fanno sorridere tutte quelle foto condivise di...lo dico in dialetto... trippe belle dopo la cura. Per promuovere i prodotti prima gonfie poi sgonfie...le tette prima sgonfie poi gonfie...teste senza capelli e poi ogni riccio nu capriccio... I miracoli! Dobbiamo correre ad acquistare!! Occasioni imperdibili!
Simpatici poi, ma questo mi capita di vedere solo su instagram, tutti quelli con l'asciugamano dal punto vita e pettorali esposti. Ti mettono un like, ricambi il like ed arriva subito la foto. L'asciugamano, ho fatto una statistica, é sempre o nelle tonalità pastello o bianca. Ma perché non se la mettono rossa, chissà un bel toro non sappia prenderli per il verso giusto?
Poi quelli oliati ed imbalsamati...mi fanno pensare sempre al mio tegame della pizza e all'olio che mi ritrovo tra le mani e vado subito a lavarmi perché non lo sopporto.
C'è un tipo...mi sfugge sempre il nome...é raro da trovare perché ogni tanto si fa un selfie "vedo non vedo" le parti più oscure. Sembra quello che apre l'impermeabile di colpo e scappa impaurito. Si capisce che é innocuo...o mostri tutto o non hai niente da mostrare...
Scusatemi l'acidità, però mi viene da dire ad alcuni...
"Pippaioli mentali a caccia solo di prede da sodomizzare...chissà se almeno una volta avete mai concretizzato"
e adesso devo correre a confessarmi o quanto meno a recitare i mea culpa.
Una cosa é certa. Finché si rispettano le distanze, tanto nella realtà quanto sui social, va bene. Sorridiamo, non deridiamo. Ironizziamo. Però quando si vive o ci si comporta solo per far del male agli altri, bisognerebbe ricordarsi che già svegliarsi al mattino e guardare una nuova alba é una ricchezza che ci rende fortunati.

                                                                                                                                  Elly